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Gli Editoriali. Giulia Taddeo

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Nata a Pisa nel 1981, Giulia Taddeo vive a Milano dove lavora all’ufficio stampa di SEM, di altri marchi del gruppo Feltrinelli (Feltrinelli Kids e UP, Gribaudo) e a LiberAria, per la collana di narrativa straniera d’avanguardia #PhileasFogg. Su instagram è @clumsyjules e su twitter @giuliataddeo

Come hai iniziato e perché?
L’animo da giullare e da piovra – come dice la mia amica Mariavittoria (mi piace pensare che intenda che ho tanti amici e conoscenti e sono brava a mettere in contatto le persone, e non che abbia un passato con il commissario Cattani) ce l’ho da sempre ma a questo lavoro mi sono avvicinata nel 2003 col primo stage formativo all’ufficio stampa della mostra Duccio. All’origine della pittura senese quando studiavo alla facoltà di Lettere a Siena. Dal 2005 – a parte qualche buffa esperienza come uno stage estivo alla redazione di Controradio – ho sempre fatto l’ufficio stampa, persino un semestre da assistente dell’allora direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Los Angeles – Francesca Valente – a cui andrà la mia riconoscenza e ammirazione eterna. Dal 2008 sono ufficio stampa editoriale, e ho iniziato (sempre come stagista) in Einaudi nel leggendario palazzo di via Biancamano 2, dopo diciotto mesi indimenticabili al master in Editoria cartacea e multimediale alla Scuola superiore di studi umanistici di Bologna.

Come e quando sei arrivata in SEM?
A gennaio 2018, in seguito a una riorganizzazione della mia collaborazione con RizzoliLibri e dopo un anno intenso ma molto bello tra i due marchi. Dal 2019 mi occupo principalmente del catalogo di SEM – cosa che mi piace, mi diverte e talvolta mi spaventa, visto che ho sempre lavorato in grandi pattuglie di “ufficie” stampa e credo molto nel lavoro di squadra; in un piccolo editore la squadra è più eterogenea (ma non meno affiatata) e spesso corrisponde all’intera casa editrice, con il vantaggio di rendere il mio lavoro più stimolante e proficuo. Collaboro inoltre con l’ufficio stampa Feltrinelli e Gribaudo, dove mi occupo del catalogo bambini e ragazzi. Per quanto riguarda LiberAria la squadra vive su una chat di WhatsApp ed è dislocata tra me a Milano, il curatore Ale Raveggi a Firenze e l’editrice Giorgia Antonelli a Bari… Insomma, #PhileasFogg è il giro d’Italia in 80 thread di WhatsApp!

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Fin dal 2008 mi sono principalmente occupata di ufficio stampa e meno di eventi. Quindi direi: gestione rapporti con autori e con stampa nazionale e internazionale; redazione di materiale promozionale cartaceo e online; assistenza autori negli eventi pubblici; realizzazione e montaggio materiale audio e video in occasione di presentazioni letterarie. In occasione delle visite in Italia di autori stranieri di lingua inglese, spagnola e francese sono stata l’addetta stampa incaricata di seguirli nei loro booktour.

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Come si svolge praticamente il tuo lavoro e quali programmi utilizzi?
Di solito, tre mesi (o almeno due) prima di un’uscita si inizia a pianificare la strategia per il libro e poi, rispettando le tempistiche e il fair play (ma piccoli bluff li fanno tutti nel nostro ambiente: è la legge non scritta, quel brivido impavido che ti fa sentire viva e spaventata per la fifa) si inizia a sentire prima periodici e poi quotidiani, radio e tv. Che programmi uso? Outlook, Gmail e il mio telefono. Più quaderni o comode app come Any.do nel mio caso per non perdersi pezzi per la via.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
La rubrica dei giornalisti che uso si chiama «MediasDataBank». Poi mi aiutano tantissimo le chat segretissime al livello di Guerra Fredda con le altre amiche e colleghe del settore. E poi prego, non sono battezzata ma prego. Quando non dico parolacce.

Qual è il libro SEM sul quale hai lavorato con più piacere?
Scelgo due libri dal catalogo del 2018, due libri in cui ho sentito il mio lavoro più strategico che altrove, oltre ad averli apprezzati da lettrice: Non sarò mai la brava moglie di nessuno di Nadia Busato e L’uomo di Calcutta di Abir Mukherjee. Ma quando hai la fortuna di essere l’addetta stampa di autori come Hosseini, la Hempel o, venendo in Italia, Villalta e Moresco ti senti già appagata e molto privilegiata. Ah! Dimenticavo il libro e l’autore che mi hanno portato ad alcune tra le esperienze più bizzarre e arricchenti della mia vita professionale e personale: Gert Nygårdshaug e il suo Amuleto, la sua simpaticissima agente e una squadra da Fab4 in giro per la Norvegia.

Qual è il libro non SEM sul quale avresti voluto lavorare?
Oddio, tantissimi. L’ultimo questa settimana è Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig. Ma io mi definisco ufficio stampa in pectore, dei libri che mi piacciono sui social faccio una promozione di cuore e di testa sfegatata.

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foto di andrej lisakov

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Quando incontro autori che mi sanno illuminare con la loro chiara luce (e belli impossibili come Khaled Hosseini) e quando, per promuovere un libro, ho delle idee fuori dall’ordinario che funzionano. Mi piacciono i piani ben riusciti.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
A parte stare al telefono – amo di più scrivere o incontrare i miei interlocutori – la mia è una lotta quotidiana contro la disorganizzazione. Cerco la stella danzante dentro il mio caos, non sempre creativo.

Qual è quella cosa che, nell’ambito del tuo lavoro, proprio non sopporti?
Il vecchio adagio: è andata male la strategia oltre che le vendite? È colpa dell’ufficio stampa; hanno funzionato tutti gli ingranaggi? È merito dell’editor e del commerciale.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo
Essere un po’ puttana e un po’ psicologo. E non avere mai troppo il karma contro.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare
Dopo Balzac con Illusioni perdute e Splendori e miserie delle cortigiane non c’è bisogno di altri. Ma se devo scegliere un libro a cui sono molto affezionata – oltre alle Estrosità rigorose di un consulente editorale di Manganelli, Senior service di Carlo Feltrinelli e Colloquio con Giulio Einaudi di Severino Cesari – scelgo un libro sempre ambientato nella galassia Struzzo ma che parla al cuore e alla pancia oltre che alla testa: I migliori anni della nostra vita di Ernesto Ferrero che non smetto di rileggere e ho la mia copia super sottolineata e vissutissima. Per ricordarmi che – nonostante tutte le afflizioni – sto vivendo i migliori anni della mia vita.

foto di copertina di andrej lisakov

Guadagnarsi la fiducia: l’editing secondo Andrea Pomella

intervista a cura di Marco Terracciano

Qual è stata la tua prima esperienza con l’editing e cosa ti ha colpito?
Il mio primo editing l’ho fatto con lo scrittore Gabriele Dadati su un saggio pubblicato da Laurana, 10 modi per imparare a essere poveri ma felici. Ho notato una differenza tra gli editor-scrittori e gli editor-editor, differenza che non è di qualità, ma di approccio al testo. Il punto di vista cambia profondamente. L’editor-scrittore conosce alcune sfumature dell’atto della scrittura, del modo in cui il mondo esterno ti entra dentro e tu attraverso il filtro interiore lo riporti nella pagina. Conosce quel meccanismo e riesce a comprenderti quasi un attimo prima che inizi a scrivere. L’editor-editor quella cosa in più ce l’ha in un’altra fase, non quando l’idea prende forma, ma nel momento immediatamente successivo.

Hai qualche aneddoto da raccontare a proposito?
Ti faccio l’esempio di quello che mi è successo durante l’editing di Anni luce. In quell’occasione il mio editor era Stefano Del Prete. È stato divertente perché ci siamo sentiti per la prima volta dopo che aveva letto il testo per intero, e la prima cosa che mi ha detto è stata: “Guarda, io non ne so nulla del grunge, io vengo dal jazz” [Anni luce è la storia di un uomo e della sua passione per la musica grunge degli anni Novanta, n.d.r.]. Una cosa paradossale, eppure da un certo punto di vista molto utile perché riusciva ad avere un occhio più lucido, meno coinvolto emotivamente. Il suo distacco dal tema mi ha permesso di tenere a bada lo scarto emozionale e la veemenza che avevo nel trattare questi argomenti. È importante questo aspetto, poi è chiaro che il rapporto varia da scrittore a scrittore. Io sono tra quelli che cercano sempre qualcosa in più dal loro editor rispetto al semplice passaggio che si fa sul testo. Cerco comprensione, soprattutto per quanto riguarda temi molto intimi come quelli del mio ultimo libro, L’uomo che trema. Quando si fa questo tipo di narrativa non si tratta semplicemente di lavorare sulle strutture del testo, ma di entrare veramente nella vita di una persona.

Cosa è cambiato con la scrittura di L’uomo che trema?
In quel caso ho lavorato con Dalia Oggero, che è una editor-editor. È subentrato fin dall’inizio un rapporto che trascendeva il lavoro sul testo. Da Anni luce in poi mi sono dedicato alla non-fiction autobiografica e quindi, come ho detto, devo intervenire direttamente sulla mia vita. Con L’uomo che trema è stato un processo particolare perché ho cominciato a raccontare quello che vivevo in presa diretta. Mi succedevano delle cose e il giorno dopo ne scrivevo. Questa condizione a un certo punto ha fatto sì che mi ponessi una domanda grossa, un dilemma morale enorme per uno scrittore. Mi sono chiesto: “Ma non è che sto condizionando la mia vita in funzione della cosa che sto scrivendo?”. Dalia, in quell’occasione, è intervenuta in maniera decisiva. È riuscita a tranquillizzarmi nel momento in cui avevo bisogno di essere tranquillizzato. Mi trovavo in un punto di svolta notevole non solo a livello di trama, ma anche di storia individuale. Lei lo ha capito e mi ha detto che se non me la fossi sentita di andare avanti il libro sarebbe andato bene anche così com’era. Ovviamente non era pronto, ne avevamo circa la metà.

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Come ne siete venuti a capo?
È riuscita a liberarmi dicendomi: “Se è vero che la scrittura sta influenzando la tua vita e se questa influenza riesce a tirare fuori qualcosa di positivo, allora va bene così”. Per il resto mi ha dato una libertà totale, così ho continuato a scrivere la mia storia, l’ho portata a conclusione e solo a quel punto abbiamo iniziato il lavoro vero e proprio sul testo. Non so se si può parlare di editing di primo e secondo livello. Quel che posso dire è che mi sono trovato coinvolto in un caso di editing che entra nella vita. È stata così importante come esperienza che, alla fine, le ho confessato che avrei avuto difficoltà a lavorare con un altro editor in futuro, dopodiché le ho chiesto esplicitamente di essere il mio editor personale da lì in avanti.
Ti racconto quest’aneddoto per dire come un professionista della scrittura, nel mio caso, sia riuscito a fare una sorta di consulenza psicologica, a entrare, cioè, nei meccanismi della mia percezione della realtà. Dalia ha capito non solo i problemi che io stavo affrontando come scrittore, ma anche quelli che stavo affrontando come uomo in quel preciso momento. Questo è stato il primo passo per arrivare al testo letterario.

Hai mai provato vergogna nel far leggere al tuo editor le cose che scrivevi?
Su questo punto sono stato chiaro con me stesso. Se ti fermi a pensare al pudore, se ti metti a pensare alla possibile ricezione di quello che stai scrivendo o, più semplicemente, se immagini che lo leggeranno i tuoi familiari, i tuoi amici, dei perfetti sconosciuti – al di là dell’editor – quello è il momento in cui fallisce il tuo atto di scrittura autobiografica. Da lettore ho capito che una delle cose fondamentali della scrittura autobiografica è proprio questa: non avere freni. Come quando ti getti da una montagna con gli sci ai piedi. Se ti fermi quell’attimo di troppo a pensarci non ti lanci più. I testi autobiografici che secondo me funzionano meno sono quelli dove sento il freno a mano tirato. Da questo punto di vista il lettore ha delle antenne affilatissime. Si accorge subito se non sei stato onesto. Onesto, però, non significa che tu abbia aderito in maniera documentale alla realtà, perché questo è di fatto un’utopia, ma che sia andato quasi più a fondo. Poi puoi anche aver inventato qualcosa, non è quello il punto. La cosa fondamentale è la sincerità assoluta col lettore prima ancora che con te stesso.

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Passando al testo vero e proprio, come avete lavorato sulla stesura finale?
Dal momento che si trattava di un lavoro in via di definizione, cioè di un testo che avevo iniziato senza sapere bene dove mi avrebbe portato, abbiamo deciso di procedere un passo per volta. Non avevo una scaletta, ma un’idea di massima e molto dipendeva dalle circostanze della mia vita. Abbiamo stabilito questo metodo: io avrei scritto orientativamente tre parti da inviarle separatamente. Lei avrebbe fatto una lettura e un intervento minimo di editing, appuntandosi le impressioni più fresche sul contenuto, l’impatto che ne riceveva. Alla fine ha fatto un lavoro in cui si andava un po’ più a fondo nel testo. Sciogliere alcuni grumi nella lingua per cercare di uniformarla, per esempio. L’uomo che trema si basa su due registri temporali, passato e presente, e spesso riusciva a sentire molto bene alcuni incastri, a individuare momenti in cui le due lingue non coincidevano. Infine qualche sporadico spostamento di capitolo per cercare di dare una maggiore circolarità all’insieme.

Se fossi un editor, allora, come ti comporteresti con un autore esordiente?
Cercherei in primo luogo di metterlo a suo agio. Spesso l’editor è il primo lettore per uno scrittore esordiente e questo significa assumere su di sé una grossa responsabilità. L’enorme aspettativa è un aspetto che uno scrittore può soffrire molto, così come il confronto professionale sulla sua scrittura. Per cui la prima cosa che farei nelle vesti di un editor sarebbe quella di stabilire un rapporto di non belligeranza. Gli direi: “Non sono qui per esaminare il tuo testo, per mettere dei voti”. Cercherei di creare una sintonia e, di conseguenza, di guadagnarmi la sua fiducia. Se un editor non ha la fiducia dello scrittore, con ogni probabilità non ne verrà fuori niente di buono.

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Non prenderla come una critica – “Sogni e favole” di Emanuele Trevi

di Luigi Loi

«Tutto è menzogna» afferma Metastasio nel sonetto che offre titolo e filo conduttore a Sogni e favole di Emanuele Trevi. Si può credergli o meno, nei secoli lo ha fatto la teologica, la logica, l’ontologia e la fisica, finché il problema dell’esistere (perlomeno dopo Pirandello) s’è così usurato da essere una delle tante categorie estetiche in cui siamo immersi: non ho particolari certezze d’esistere ma sono in buona compagnia.
Che cosa sono memoria e ricordo se non precipitati dell’esistere, i più persuasivi trompe-l’œil sulla condizione dell’essere e del durare? La risposta (seppur incerta) questo libro la trova nel passato dell’autore: in un vecchio cineclub romano negli anni Ottanta, Trevi conosce Arturo Patten, spettatore in lacrime di un film di Tarkovskij. Finzione o destino, Patten gli farà conoscere Amelia Rosselli e Cesare Garboli: sono loro, assieme a Metastasio, i nuclei narrativi di questa fuga centripeta, ineluttabile quanto sa esserlo una filastrocca, quella degli elefanti sopra il filo di una ragnatela: Patten, Rosselli, Garboli.

Cesare Garboli.
Nella prefazione de La stanza separata, Garboli scrive quest’indicazione:

si vede che quanto più la cultura vince, tanto più spreca elefanti. La cultura non può più essere “pratica, né “reale”. Bisogna, diceva Musil, tornare a riconciliarsi con l’irrealtà.

Se questo metodo era una cesura razionale tra vita e arte, in Sogni e favole il taglio è piuttosto un diaframma, tra l’altro già sperimentato da Trevi con Senza verso e Qualcosa di scritto: le passeggiate romane si sovrappongono a quelle della memoria in un gomitolo che non può, e forse non vuole farsi indumento di fiction narrativa: nel frammento garboliano il topos (già presente nella produzione di Trevi) è quello dell’apprendistato poetico, del duello con il maestro. Quanto più è asimmetrica la relazione di forza tra i due attori, più ricca sarà la crescita per il discepolo. Ricca e dolorosa, perché il topos ha un epilogo tragico, oltrepassare il maestro significa ucciderlo:

A sessant’anni, indebolito nel fisico com’era, aveva capito come mai prima di allora che non sarebbe riuscito a portare a termine tutte le cose che intendeva fare. Doveva scegliere, misurare e dosare le forze. Finire lavori che aveva iniziato, onorare certi impegni […] doveva buttare via della zavorra. O affidarla ad altri. Il libro sul sonetto di Metastasio, per esempio, era roba buona per me. Dovevo scriverlo io. Se avevo pazienza, me lo avrebbe spiegato (Sogni e favole, p. 177)

In questo passaggio di testimone possiamo intuire la proverbiale scaltrezza di Garboli e la natura di questa zavorra. Metastasio significa letteralmente trapassare, allontanarsi nel passato, passato prossimo e remoto poi. Ma dove è il passato? Direi da nessuna parte. Per questo motivo anche la memoria è inadeguata: non sa esistere come la realtà.

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Amelia Rosselli
La Rosselli ha abitato nel centro di Roma, a pochi passi da piazza Navona. La sua casa era molto modesta, fatta da un’unica stanza su cui affacciavano le porte del bagno e della cucina. Anche questo è un topos ricorrente nelle biografie artistiche: la casa del poeta così sarcasticamente in contrasto con la ricchezza della sua poesia. Un topos che il contemporaneo ha usurato in refrain, in luogo comune, tanto che anche la targa nella sua compostezza oggi suona frivola quanto un petegolezzo: «Qui visse gli ultimi vent’anni della sua vita Amelia Rosselli, poeta».
In Sogni e favole quando si avverte lo sgomento per un passato che non sa più esistere, lo si fa sempre da una prospettiva, da un particolare punto di vista: quello dell’artista, del futile santo laico. Di questi santi il poeta sembra però il più povero, doppiamente afflitto: nei mezzi economici e spirituali. Ecco come appare Amelia Rosselli:

Il vecchio cameriere – uno di quei romani vigili e sentenziosi di una volta – la indicò […] quella è una poetessa, un’anima in pena. […] Era stato soprattutto il suggerimento implicito di un legame di necessità a colpirmi: era come se il cameriere dicesse: quella è una poetessa e dunque un’anima in pena, non si può essere una cosa senza essere anche l’altra. Nella Poetessa, ancora più che nel poeta, l’identità dell’anima e della pena è così pura ed assoluta che per intuirla non resta che ricorrere a un paragone efficace, come quello della danzatrice e della danza (Sogni e favole, p. 82)

Il dio della poesia sembra fatto di una crudeltà inaudita, bizzoso quanto un bimbo: chi capita tra le sue mani rimpiange amaramente quelle significative della scienza e del pane. Ma impersonale su tutto passa il tempo, cosicché la distinzione tra homo faber e poeta (artista) è solo una delle tante piccolezze del secolo scorso:

Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano (Sogni e favole, p. 14)

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Arturo Patten
Tra le pagine di Sogni e favole quanto più la realtà si mostra tale, tanto più il dubbio di Metastasio si annida nei dettagli: troviamo la copertina del numero 56 di «Nuovi Argomenti», la poltrona di Cesare Garboli, la copertina dell’«Espresso», uno scorcio di Roma e tante altre fotografie, tutte in bianco e nero: è quindi inteso che il realismo nei libri, involontariamente, passa anche dall’economicità che gli editori impongono alle scelte di stampa.
Tuttavia, tralasciando questa meccanica editoriale, la realtà per Trevi sembra viva solo nell’epifania, e si realizza appunto come riconoscimento. Guarda caso Patten era un fotografo, specializzato nel ritratto. Cosa c’è di più reale e realistico di un viso? Lì si concretizza un individuo specifico, lo si riconosce tra tutti gli altri esseri umani. Ma attenzione: il ritratto ha un suo specifico tempo. Appena l’otturatore della macchina fotografica si è chiuso, quel viso è già cambiato.

Sta qui la forza radicale di questo libro (la copertina dice «romanzo», è una bugia). Qui l’agiatezza di una filosofia poetica che non si è fatta ancora sistema formale è ancora ricca di tutte quelle contraddizioni che la realtà e la verità espellono come immondizia.

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Ogni errore è un’occasione: l’editing secondo Carola Susani

Quando è avvenuto il tuo primo incontro con l’editing? Come l’hai vissuto? Si è modificato nel tempo? Com’è stata la prima volta e com’è oggi?  
Avevo sedici anni, pubblicavo i miei primi racconti su una rivista palermitana, si chiamava «Perapprossimazione», una rivista diretta da Gaetano Testa, che veniva dalla Scuola di Palermo del Gruppo 63. Uno dei redattori, poi diventato mio grande amico, Francesco Gambaro, interveniva pesantemente sulle frasi, portando alle ultime conseguenze le mie scelte lessicali un po’ cerebrali, un po’ timide, così “circonvoluzioni della mente” diventava “circonvallazioni della mente”. E si apriva un mondo. È stata una scuola di possibilità. Oggi soffro molto la prima lettura dell’editor che non ha ancora preso le misure del libro, le domande sul testo che mi rivelano che qualcosa secondo me chiarissimo non è arrivato, che alcune chiavi del libro non risultano reperibili. Normalmente, in seconda lettura, si forma fra me e l’editor un’alleanza sicura: lui mi capisce e io accetto più di buon grado i consigli che finalmente anch’io mi spiego. Così è capitato con Fabio Stassi nell’ultimo libro, La prima vita di Italo Orlando.

Che tipo di editing hai ricevuto: lavoro sulla trama? Sulla struttura? Sulla forma? Puoi farci degli esempi concreti?
In un solo caso ricordo un intervento sulla struttura: è stato l’intervento preziosissimo di Nicola Lagioia che mi ha consigliato di portare a due i piani temporali di Eravamo bambini abbastanza, in origine erano tre. Mai nessuno mi ha fatto appunti sulle trame. Per il resto, mi viene indicata soprattutto l’opacità di alcuni passi. A volte risulto incomprensibile.

Che differenza c’è, se c’è, tra il lavoro di editing che hai ricevuto sui romanzi e il lavoro di editing che hai ricevuto sui racconti?
Sui racconti talvolta mi è stato chiesto di aggiungere descrizioni, di rallentare la corsa verso la conclusione; per i romanzi non è mai successo.

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È raro trovare autori e autrici che usano il punto di vista dei bambini in un romanzo per adulti, come hai fatto tu. Come si è lavorato in fase di editing a questa (difficile e affascinante) particolarità?
La scelta della voce in Eravamo bambini abbastanza non è stata oggetto di editing e, superato lo scoglio iniziale – quello in cui Nicola ha messo in discussione la struttura – tutto il lavoro in quel libro è stato improntato a una grande allegria. Nicola aveva presente l’andamento delle frasi, persino il ritmo, non mi ha mai suggerito un cambiamento che togliendo o aggiungendo una battuta potesse irritarmi.

Credi che l’editing cambi la qualità della tua scrittura e della tua voce autoriale?
Non è mai successo. Mi sono state messe di fronte le questioni, ho trovato io le soluzioni, sulla base della mia consapevolezza autoriale.

Qual è e dov’è, per te che lo ricevi, il limite dell’editing?
Tutto va bene, purché l’ultima parola spetti a me, come per altro è normale.

Quando l’editor sei tu, come ti comporti sui testi degli altri? Come funziona, nella pratica, il tuo approccio e il tuo apporto al lavoro altrui?
Cerco di entrare nelle intenzioni e nella voce di chi scrive, di individuare le leggerezze, le pigrizie, l’adagiarsi sull’ovvio e sul già sentito. Indico gli errori strutturali, quelli per cui il libro non sta in piedi. A volte propongo timidamente soluzioni, ma preferisco che me le proponga l’autore. Dove vedo errori, suggerisco occasioni.

 

foto di copertina di markus spiske

Grugnire via la fatica. Tra i boschi con Thoreau, i Beatles e il partigiano Johnny

di Giacomo Faramelli

Nel 2018 ho camminato per seicento chilometri, ho accumulato decine di migliaia di metri di dislivello, quattro o cinque stiramenti, una manciata di crampi, innumerevoli momenti di stupore e meraviglia: mi sono perso una quantità di volte, ho camminato a fianco dei cinghiali, seguito le tracce dei lupi, ammirato caprioli e cervi, guadato fiumi gelati a piedi nudi. Le gambe infiammate, i polpacci duri come i sassi sotto le suole delle scarpe, la schiena rigida, gli zigomi affilati dal vento, i capelli fradici e di pioggia e di sudore. Certe volte sento i polpastrelli delle dita pulsare, come se vivessero di vita propria, dieci estranei senzienti, capaci di leggere i vuoti d’aria intorno a loro per poi decidere dove andare: salire ancora più in alto, inoltrarsi nel fitto del bosco, costeggiare il campo di granturco battuto, tornare verso casa. Lungo il sentiero, sotto i rami dei lecci o tra i sassi delle cime comanda il corpo.
Seicento chilometri su e giù per la schiena di Pen. È il primo dio che ha abitato l’appennino. Doveva essere un bel tipo se alla fine gli hanno dedicato la spina dorsale del nostro paese, ma in nessuno dei miei sbandamenti sciancati dai troppi bivi ho mai incontrato questo o altri dèi. Eppure il cammino è un pegno di devozione vecchio di migliaia di anni, cammini sacri sono stati tracciati per generazioni in ogni angolo del globo, offrire la fatica del corpo per il raggiungimento di una meta, ideale o terrena. In fondo le Vie dei Canti raccontate dall’immaginifico Bruce Chatwin non sono appannaggio dei soli aborigeni. Donne e uomini intessono da sempre la trama del mondo camminando e raccontando, corpi e menti racchiusi in un gesto elementare, primitivo, proprio per questo tanto più forte quanto più isolato, solitario, disperato perfino. A onor del vero sono stonato e spesso, più simile a un ragazzetto di campagna uscito da un racconto di Fenoglio, mi limito a grugnire via la fatica o bestemmiare stretto tra i denti quando non riconosco un pendio, una svolta, il numero di un sentiero.
Seicento chilometri non sono molti. Sono tantissimi. Dipende da chi sta leggendo, da quanto sia abituato a percorrere distanze a un ritmo blando, fatto per lo stupore e la convivenza con gli elementi naturali, il freddo becco e il caldo schifo, un ritmo piacevole pur se pieno di una fatica ottundente. Ecco, è questa fatica, un radicamento nel tempo presente fatto di respiri stretti e muscoli tesi – i sensi acuiti dal contatto con la natura –, un lavoro fisico che cerco come una forma di meditazione, il momento in cui il mio corpo si affranca dalla mia mente e la stanchezza non può avvicinarmi. Dovrei essere pronto a dire, come Walden «Ecco questo esiste senza possibilità di errore», alla natura che mi circonda.

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foto di alexander milo

«Walden? È il White Album degli amanti dei boschi e dei sentieri.»
È così che l’ho spiegato a dei tizi che mi chiedevano dei miei giri solitari. Non mi è mai piaciuto troppo Thoreau, la sua furia individualista e il suo fanatico rigore a stelle e strisce. La mia solitudine viaggia tra il mistico e lo scoglionato, in equilibrio precario tra il bisogno di scantonare lontano dagli altri e la ricerca di un segno qualsiasi, fosse anche la rigogliosa digestione di una vacca spalmata sulla suola delle mie scarpe. Eppure Walden resta lì sullo sfondo, monolitico. Come l’album dei Beatles (o come i Beatles stessi). Puoi anche non averlo mai ascoltato ma prima o poi quando suonerai rock ’n’ roll, ti troverai a consumarlo. C’è Walden persino nel corpo denutrito di Chris McCandless, il giorno in cui lo trovano morto di stenti e inedia in un bus abbandonato in Alaska. C’è finito anche perché influenzato da Thoreau, dal fanatismo della sua visione, in cui il corpo, dunque l’uomo, immerso nella natura, ritorna al grado primo di purezza, capace di ritornare in armonia con l’ambiente che lo circonda, per vivere una vita composta dalle poche cose essenziali. Quali? Non lo so. Ho provato a chiederlo a un’oca selvatica (in Walden c’è un elogio di questo animale che suppongo sia stato dettato dalla fame) ma non ho avuto risposta.
In fondo Walden dà slancio a una spinta interiore che parte più dal corpo che dalla nostra mente.
Quando ho cominciato a camminare davvero, lanciandomi in giri sempre più lunghi che potevano durare pomeriggi se non giorni interi, ero a pezzi. Fisicamente intendo. Bevevo quasi tutte le sere, fumavo molto, dormivo e mangiavo allo stesso modo: poco e male. Il primo sentiero è stato un incubo, eppure erano le mie gambe a chiederne ancora, era il mio corpo ad allontanarmi, non solo fisicamente, da quello che mi portavo dietro. La fatica che stordisce lungo il cammino trascinandoti oltre i chilometri che stimavi di poter percorrere, una collina dopo l’altra, verso un orizzonte diverso, dentro e fuori. Cavoli, sputare il fegato tra i denti non è mai stato così bello.
C’è Una questione privata dove Milton, giovane partigiano, corre tra boschi e colline delle Langhe alla ricerca di un fascista da scambiare per riscattare Giorgio, amico e rivale in amore. In tutta la storia, magistralmente portata sul grande schermo dai fratelli Taviani c’è un co-protagonista: il passo di Milton, che, «perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ancora correva, facilmente, irresistibilmente» verso l’ingresso di un altro bosco, tra i fossi e le colline sopra cui scappare. Milton percorre ogni lembo delle Langhe rimbecillito dalla fatica e dall’amore (mi ricorda qualcuno, ma chi?), il suo corpo è magro, macilento per la vita partigiana e per via di quel passo febbrile, come un’agitazione seminata sulle salite o dietro ai tornanti.

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foto di tom van hoogstraten

Si torce il corpo fino a domarlo lungo la strada, lo si porta allo stremo per un premio. La scoperta nitida del significato ultimo delle cose, un pegno di amore o una preghiera – pure una bestemmia per certi popoli chiusi tra le valli a forma di fosso –, per nascondere alla nostra parte razionale la fatica, più di tutto si cammina per acuire i sensi nello stupore e nella meraviglia, infondere nuova forza al modo in cui il nostro corpo percepisce il mondo attorno a noi. Come descrive in poche semplici righe Mario Rigoni Stern:

Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

Eppure c’è un prezzo da pagare:

I miei brevi racconti non parlano di primavere silenziose, di alberi rinsecchiti, di morte per cancro, ma di cose che ancora si possono godere purché si abbia desiderio di vita, volontà di camminare e pazienza per osservare.

Desiderio, volontà, pazienza. Tre requisiti fondamentali da instillare nel corpo passo dopo passo.
Un modo per sfuggire al battito scomposto del cuore quando il bosco infoschito si riempie di ombre, o la strada è sconosciuta. Quando caligantem nigra formidine lucum Ingressus, il bosco oscurato dalla nera paura ci riporta all’istinto, in un luogo in cui corpo e natura tornano a essere, senza nessuna volontà filosofica ma per puro istinto animale, una cosa sola. Ogni passo, quando fa male, quando non ce n’è più o la salita non finisce, ti scuce dentro, in profondità, nel buio: eccola lì, la bestia, l’ombra nera ai margini del campo visivo, oltre il punto in cui i tronchi degli alberi diventano un muro, arriva per te.
Eppure non possiamo fare a meno di continuare a camminare. Di sentire le gambe piantarsi a terra, i muscoli della schiena incordati dalla gravità, il naso freddo o la fronte scottata. Il corpo vivo, vissuto in relazione alla prima prova dell’uomo nel mondo: il bosco, il cammino, con il desiderio stampato a ogni passo che tutti possano somigliare almeno un poco agli sherpa che

Non riescono a star fermi, e nella terra degli sherpa, ogni pista è contrassegnata da cumuli di sassi e bandiere da preghiere, messi lì a rammentare che la vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la Strada, e che la vita stessa è un viaggio da fare a piedi.

foto di copertina di emile seguin

Esiste una letteratura horror, fantasy, fantascientifica italiana? Recensione a “Guida ai narratori italiani del fantastico”

di Marco Malvestio

Una domanda che ci si sente spesso porre dai lettori occasionali o semplicemente non professionisti è perché non esista una letteratura horror, fantasy o fantascientifica italiana, tanto poco questa è rappresentata tra le pagine dei giornali o negli scaffali delle grandi librerie generaliste. Invece, ovviamente, questi generi esistono anche nella nostra letteratura, e la Guida ai narratori italiani del fantastico, a cura di Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e Andrea Vaccaro (Bologna, Odoya, 2018) lo dimostra ampiamente, compendiando più di mezzo secolo di scritture italiane del fantastico (ma con incursioni doverose anche a inizio Novecento e fino all’Ottocento). Il volume raccoglie, sotto forma di schede bio-bibliografiche, contributi su ottanta autori italiani del fantastico, fornendo così uno strumento utilissimo non solo ai semplici curiosi, ma anche agli addetti ai lavori e agli accademici. In questo senso, la guida assolve un compito indispensabile nella generale povertà degli studi italiani sul fantastico, fornendo informazioni altrimenti di difficile reperibilità sul mondo delle riviste e delle pubblicazioni di settore.
Le schede sugli autori sono estremamente dettagliate, riportando spesso trama e circostanze di pubblicazione delle singole opere, e non rifuggendo da ponderati giudizi di valore sui testi in esame (anche se, talvolta, se ne nota l’assenza, come nella voce dedicata a Licia Troisi: ma forse gli autori hanno preferito una dignitosa omissione a una stroncatura). Il lettore che volesse usare questa guida per costruirsi un proprio percorso di lettura nei meandri sommersi del fantastico italiano non avrebbe difficoltà a utilizzarla sia per ripercorrerne la storia, sia per tracciare una mappa puntuale di quanto accade oggi nell’editoria di settore.
Se, infatti, la guida si premura di individuare importanti predecessori nel campo della proto-fantascienza (Salgari ed emuli), e di esempi illustri di autori fantastici nella nostra letteratura ‘alta’ (Bontempelli, Buzzati, Calvino, Capuana, Landolfi, Levi, Morselli, Ortese, Pirandello, Savinio, Soldati, Tarchetti) o mainstream (Benni, Mari), la grande maggioranza delle voci è dedicata ad autori che appartengono, per ispirazione e circolazione, alla letteratura di genere intesa come prodotto pensato e creato da una comunità di appassionati. Sono dunque di enorme utilità le bibliografie commentate di pionieri della fantascienza italiana (Aldani, Altieri, Altomare, Catani, Cremaschi, Curtoni, Evangelisti, Musa) e dell’horror (Arona, Baldini, Di Orazio, Lombardi, Sclavi). Alle schede bio-bibliografiche si accompagnano box di approfondimento sui precedenti del genere (dagli ‘incubi occasionali’ Otto- e Novecenteschi al futurismo e al realismo magico), sulla circolazione della letteratura fantastica in Italia (i premi Urania e Italia, le curatele, l’editoria horror degli anni Duemila), su sottogeneri specifici come la narrativa di vampiri e l’ucronia.
Quest’opera di ricerca rivolta a testi specialistici e ingiustamente trascurati è quanto rende la guida infinitamente preziosa, dal momento che buona parte del lavoro accademico e para-accademico sul fantastico italiano resta rivolto al regno della letteratura ‘alta’, complici pregiudizi inossidabili verso la scrittura di genere, ma anche una sua oggettiva difficile reperibilità. Catalano, Pizzo e Vaccaro sanno invece molto bene che il genere non ha bisogno di essere nobilitato dall’imposizione di modelli letterariamente ‘alti’, ma sa reggersi benissimo sulle sue gambe, e la speranza è che questa guida dia il via a una riscoperta, tra i lettori e gli studiosi, dei capisaldi della nostra produzione di genere, riportando alla luce e restituendo alla loro giusta importanza autori di primissimo livello come Catani, De Rossignoli, Musa e Sclavi, per citarne solo alcuni.
Per concludere con una nota più personale, se si legge la guida, come ho fatto io, tutta d’un fiato, si sarà preda forse da una strana sensazione di nostalgia. Se è vero che viviamo in anni strepitosi per il fantastico, sommersi come siamo continuamente da prodotti televisivi, cinematografici e letterari di enorme valore, e ormai con piena legittimità culturale (che, di nuovo, gli appassionati sapevano già esserci; ma è bene che se ne accorgano finalmente anche gli altri), è anche vero che, tra le pagine della guida, così come in altri compendi utili e sapidi come il recente Paperbacks from Hell di Grady Hendrix, si percepisce un’atmosfera palpabile di sperimentazione pionieristica, di speculazione innovativa, di legami intellettuali non facili da costruire e mantenere (data la scarsa longevità di così tante fanzine e riviste), ma proprio per questo ancora più importanti. Oggi, sommersi come siamo dai prodotti culturali più vari, immersi nella rete, nei gruppi sul weird da tremila membri e con intere filmografie e bibliografie a portata di clic, non abbiamo la necessità di porci certi problemi o di affrontare certe difficoltà; ma è difficile dire se sia davvero un vantaggio.

Respiro n° 5 – i personaggi ci sono?

Un nome e un cognome non fanno un personaggio. Non lo fa nemmeno la descrizione fisica, l’appartenenza alla classe socio-culturale, la professione. Se è vero che “Dio è nei dettagli” (come dicevano in tanti, tra cui, forse, Flaubert) è vero anche che i dettagli senza la selezione non servono a niente, per cui sapere a che cosa è allergico, come si tocca i capelli, se balbetta o zoppica, qual è il suo colore preferito e che tipo di maglioni indossa non produrrà un personaggio, ma un nome e cognome con la balbuzie e un maglione rosso.

Per fare un personaggio ci vuole la costruzione, che non procede per accumulo ma per la ricerca delle risposte ad alcune domande molto precise. Non tantissime (è davvero indispensabile sapere che cosa porta in tasca il tuo personaggio? No), ma in grado di suggerire risposte che non si limitino alla relazione diretta (Qual è il colore preferito del personaggio? Il rosso) ma mettano in moto il meccanismo di progressione della storia, accendano la luce nei diversi piani del palazzo durante il percorso di salita delle scale, quello che porta su al climax.

Costruire un personaggio vuol dire costruirgli una trama attorno, le due cose procedono di pari passo, ogni volta che lui entra in scena bisogna sapere che scena è quella (cosa succede? cosa rappresenta?), ogni volta che si crea una scena, bisogna sapere chi c’è dentro (chi è?, che sta facendo?, perché?, come?, per arrivare a cosa?). Ancora una volta la parola giusta è equilibrio: se sei troppo interessato alla trama usi il personaggio come un pretesto per andarci a zonzo, se sei troppo interessato alle minuzie caricate addosso a  nome e cognome ne verrà fuori un ritratto, immobile e artificioso.

L’equilibrio è quello che deve essere in grado di trovare un editor: accorgersi della via che non svolti solo a destra né solo a sinistra, il che non vuol dire andare per forza dritti, vuol dire solo andare nella direzione giusta. La direzione giusta di un personaggio è il suo destino, che nulla ha a che vedere con il destino al quale siamo abituati ad appellarci, non c’entra il romanticismo, il fatalismo, il volere è potere, ed “è nato per questo”, ma l’inevitabile conclusione del suo arco di sviluppo, che è il fulcro di ogni storia ma soprattutto è l’hallelujah della razionalità.

Il mio corpo non è mai solo il mio: la rappresentazione narrativa dei disturbi del corpo

di Chiara M. Coscia

Tutte le vite sono difficili a modo loro, ma c’è un livello di difficoltà ulteriore nelle vite di chi si trova impigliato in un disturbo alimentare che è arduo da chiarire a chi non è mai stato toccato, neanche da lontano, dalla questione. Un disturbo alimentare mina l’essere umano nella sua parte più animale e primaria: il nutrimento. Che si voglia parlare di dipendenza, malattia mentale, “una fase”, non si può prescindere dal fatto che stiamo parlando di cibo: qualcosa con cui tutti dobbiamo avere a che fare, ogni giorno, tutti i giorni, per tutta la durata dell’esistenza.
La fame è il nostro primo congegno di sopravvivenza. Romperne il meccanismo è come camminare sul cornicione. Di notte. Sbronzi.
Fame. Storia del mio corpo è il titolo del memoir di Roxane Gay che non ho letto l’anno scorso ma che ho finito ieri. È la storia di una violenza subita e di quella auto-perpetrata. Roxane viene condotta in un capanno nel bosco dal ragazzo “di buona famiglia” che frequentava a 12 anni e si ritrova vittima di uno stupro di gruppo. Da quel momento in poi comincia a mangiare in maniera ossessiva per nascondersi in un corpo obeso, quello che ancora oggi si porta addosso. Il tentativo tuttavia si rivela fallimentare. Un corpo obeso non sfugge agli sguardi, bensì è un costante argomento di conversazione, è l’unico aspetto visibile della persona, e ovunque, chiunque, si sente autorizzato a discuterlo, soppesarlo, giudicarlo, disprezzarlo.
Il corpo di Roxane diventa la pagina di partenza di una narrazione che passa da essere personale a politica nello sforzo di ricostruzione e ordine consentito dalla scrittura. Che sia il suo corpo è solo un caso. Le parentesi intorno a mio nel sottotitolo originale – discutibilmente tagliate nella traduzione in italiano – sono un avviso ma anche un suggerimento: dicono che quella storia, la sua, poteva essere, ed è, la storia di chiunque.
Quel corpo non è solo un corpo privato; è un campo di battaglia, una scena del crimine, il risultato di una vicenda complicata fatta di contesto, avvenimenti, persone, famiglia, immagini. La storia dello stupro non è neanche l’inizio di tutto il processo autolesivo. Roxane si domanda, nella prima parte del libro, come sia possibile che una ragazzina di dodici anni, proveniente da una famiglia amorevole e attenta, potesse avere un’autostima così immotivatamente bassa da spingerla ad assecondare ciecamente i desideri di colui che si trasformerà nel suo carnefice.
Dalla narrazione dello stupro, Roxane Gay si sposta su cosa significa vivere quotidianamente in un corpo obeso, un corpo unruly, “indisciplinato”, come sottolinea ripetutamente nel testo con una scelta lessicale precisissima. Non solo il suo corpo si ribella a ogni tentativo di controllo dall’interno, ma disobbedisce anche alle regole della società, e in questo il discorso femminista si sovrappone a quello più generale del peso: “Cosa dice della nostra cultura il fatto che la voglia di dimagrire sia considerata una caratteristica standard della femminilità?” scrive, rilanciando l’interrogativo al lettore. Una donna deve essere vista, ma non troppo. È richiesto un certo tipo di visibilità, di desiderabilità. Oltrepassare i limiti della richiesta ci sottopone al pubblico scrutinio.

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foto di ramez nassif

Il corpo, per quanto odiamo ammetterlo, non è mai solo nostro. Esistiamo fisicamente nei contesti sociali che frequentiamo, il corpo è strumento di comunicazione volontaria e involontaria, si muove, parla, a volte grida. Racconta, anche per sottrazione.
Chiunque si sente costantemente in diritto a esprimere opinioni sui corpi altrui – è una dinamica costante, fateci caso, non avviene solo con un corpo che grida come quello di Roxane, avviene sempre. La visibilità, tuttavia, non corrisponde alla leggibilità, e crea scompensi interpretativi non solo nella vita reale, ma anche nelle rappresentazioni del reale. C’è un problema, infatti, con le narrazioni dei disturbi alimentari, perché se da una parte si tratta di storie, per cui la focalizzazione dovrebbe riguardare il modo in cui sono raccontate, la voce, la creazione, il potenziale immersivo, dall’altro non si può prescindere da un problema di rappresentazione formale che hanno queste storie, un problema che scivola pericolosamente verso l’estetizzazione.
Prendiamo Fino all’osso (To the Bone), di Marti Noxon. Fino all’osso non mette in scena la solita dinamica di guarigione in genere messa in scena dai film sul tema. Il personaggio interpretato da Lily Collins non guarisce di fronte allo spettatore. Vediamo la battaglia, vediamo la possibilità di stare meglio, la lotta continua. In questo senso Fino all’osso fa un lavoro di narrazione sicuramente più onesto rispetto ad altri film sul tema. Tuttavia come si fa ad andare oltre la bellezza stupefacente di Lily Collins? Si può voler raccontare una storia di dolore e lotta con il corpo e usare un’attrice la cui bellezza risulta mozzafiato e del tutto lontana dalla realtà di sofferenza del corpo anoressico? Certo che si può, ma come si fa poi a far finta che non sia un problema? Che non ci siano istanze d’altro tipo dietro la scelta di questa precisa rappresentazione? Che narrata così, questa storia, rischia di diventare, per qualcuno, pericolosissima? Quello che mi domando è se possiamo prescindere dalla scelta estetica del cast in una storia in cui l’aspetto estetico risulta ancora più significativo del solito. Come scrive Roxane Gay, a questa società interessano le storie dei corpi emaciati, della disciplina di cui sono capaci. Ne incarnano l’istanza aspirazionale, il progetto ultimo della perfezione. Raramente le narrazioni dell’anoressia escono da una certa romanticizzazione del disturbo, che è quasi sempre rappresentato come socialmente accettabile, quasi auspicabile, e, soprattutto, “risolvibile”. Anche i titoli di certe storie invocano farfalle, piume, briciole, ossa, leggerezza, girando e rigirando intorno al concetto di peso. Difficilmente da questi titoli si intuiscono le storie reali che si innescano quando si smette di nutrire il corpo. Storie di decadimento, cedimento, consunzione, morte.
Ma le storie sono importanti, e il modo in cui vengono raccontate lo è ancora di più. Ridurre la narrazione al pattern “ragazza bianca e ricca all’improvviso, a causa di un commento come ‘Dovresti perdere un paio di chili’ si ammala – ragazza sta bene – sta male – sta meglio – sta peggio e poi guarisce” può funzionare in termini di struttura narrativa, ma può avere effetti disastrosi in termini di rappresentazione. Fame sovverte con onestà la narrazione stereotipata, senza incorporare il meccanismo della success story. Non c’è nessun lieto fine nella battaglia con il proprio corpo.

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foto di andrei lazarev

Tuttavia esiste una rappresentazione perfetta dell’anoressia, che non cede al desiderio di glamourizzare. Come succede spesso, per comprendere meglio qualcosa dobbiamo spostarlo in mondo completamente diverso da quello di provenienza.
Humans, è una serie TV britannica del 2015 co-prodotta da Channel 4 e AMC, una sci-fi che si costruisce in un mondo a tutti gli effetti non molto distante dal nostro, in un futuro che è in effetti un presente parallelo. Tutto è esattamente com’è nella realtà contemporanea, in Humans, tranne che per la presenza di umanoidi capaci di “servire” l’umanità, dei robot chiamati Synth. Come avviene anche in Westworld, il nucleo narrativo diventa la progressiva presa di coscienza e “umanizzazione” di questi robot, che procede di pari passo con la messa in scena di una costante dis-umanizzazione dell’essere umano “biologico”.
La serie cattura lo spettatore che si ritrova immerso nella focalizzazione sui Synth. Ogni tentativo di messa a distanza risulta complicato, per il fortissimo potenziale di immedesimazione, nonostante i robot, al contrario di quanto accade in Westworld, mantengano comunque degli elementi di estremo controllo nei movimenti, nel tono della voce, nell’estetica, che non ci fa mai dimenticare la loro sinteticità.
Questa pulizia, impeccabilità, apparente impassibilità, diventa il nucleo di manifestazione di un “disturbo” nella seconda stagione. La presenza dei Synth scatena negli umani giovani, bambini e adolescenti, un processo di emulazione che rappresenta perfettamente l’anoressia nervosa in un modo in cui moltissime “storie vere” non riescono, e cioè privando questa rappresentazione degli elementi apparentemente fondamentali, ma superficiali e portando alla luce un nucleo interno del problema molto più profondo e sociale. E così vediamo bambine camminare diritte e muoversi a scatti robotici, spolverare e rassettare stanze, rifiutare il cibo perché per un Synth “non è necessario”, vediamo la rappresentazione dell’ideale ascetico della perfezione, della pulizia e della totale mancanza di ogni tipo di bisogno, senza necessariamente passare in prima battuta per il peso corporeo, ma mantenendo vive due questioni: quella del corpo da “disciplinare” e quella del desiderio da sedare. La fame.

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foto di cintia-matteo

Cambiando la narrazione standardizzata dei disturbi alimentari, Humans ci mette di fronte a una responsabilità collettiva che in quanto tale diventa istanza politica. Di tutte le persone che sviluppano un disturbo alimentare a un certo punto della propria esistenza, solo la metà di chi si sottopone a terapia raggiunge la guarigione. Il tasso di ricaduta è altissimo, il livello di cronicizzazione è quasi totale, il tasso di mortalità è il più alto tra tutti i disturbi mentali.
C’è chiaramente un problema nella gestione della “cura”, e questo problema ha a che fare anche con il non portare mai il discorso terapeutico a un livello collettivo, mantenendosi incentrati sulla storia personale del paziente. La maggior parte delle narrazioni si muove in questo stesso terreno problematico scavato dai limiti della terapia: la standardizzazione schiacciata sulla storia individuale.
Ma si può mantenere una storia fuori dal proprio mondo? Se c’è una cosa che i libri ci insegnano è che quando si racconta qualcosa tutto entra a far parte della narrazione. Il paesaggio, l’ambientazione, il contesto, sono elementi fondamentali nella riuscita di una storia. Perché dovrebbe essere diverso per la narrazione di un disturbo? Perché dovrebbe esserlo per ogni processo ordinativo nel disordine delle nostre vite?
Nell’affermare che i disturbi alimentare siano in un problema “sociale” non è mio intento sostenere che i disturbi del corpo siano esclusivamente di induzione culturale, ma di certo le modalità di rappresentazione lo sono. Era il 1998 e Marya Hornbacher scriveva, in Sprecata, memoir sulla sua dolorosa storia di anoressia-bulimia:

“Non posso fare a meno di pensare che se fossi vissuta in una cultura dove la magrezza non è considerata come un particolare stato di grazia forse avrei cercato un altro mezzo per raggiungere la grazia.”

Ogni epoca ha la sua anoressia, e se Santa Caterina da Siena non mangiava e si fustigava per avvicinarsi a Dio, Ana Carolina Reston per essere un angelo di Victoria’s Secrets, nel mondo di Humans l’anoressia prende la forma di un robot umanoide dagli occhi verde smeraldo. Quello che emerge, sempre, è il controllo del bisogno, dell’idea della necessità, del corpo “indisciplinato” da contenere e domare.
Se Humans riesce, in una piccolissima storyline, a dare una rappresentazione viva e onesta dell’anoressia senza parlare di peso, un lavoro magistrale che fornisce una sorta di manuale di narrazione del disturbo – viene fatto in Sharp Objects (di cui abbiamo già parlato, per altre ragioni). La serie TV HBO riporta la rappresentazione dell’autolesionismo di Camille, che nel romanzo di Gillian Flynn viene affidata alla prima persona narrante, in una modalità per nulla glamourizzante. Attraverso i flashback, le inquadrature cupe e allucinatorie ma mai indugianti sul corpo, la serie narra con puntualità e precisione il disturbo di Camille, mostrando la realtà orribile di un corpo maciullato, senza l’esposizione voyeuristica o eroticizzata che in genere viene riservata alla rappresentazione del corpo femminile.
Sempre in Sprecata, Marya Hornbacher a un certo punto scrive:

“Tirare fuori la testa dal cesso è stato l’atto di ribellione politica più potente che io abbia mai fatto.”

Il corpo di Marya, quello di Roxane, tutti i corpi di tutte le persone che a un certo punto della loro esistenza si sono ritrovate impigliate in un disturbo, tutti questi corpi non sono solo portatori di un significato e di una storia individuali, e metterne in discussione le modalità di rappresentazione diventa non solo necessario, ma doveroso. Se il corpo sottostà da principio, dalla nascita, ai meccanismi (auto)-disciplinanti della cultura in cui vive immerso, quello stesso corpo può diventare un manifesto di auto-affermazione, un grido di protesta, un accenno a una speranza di liberazione che dalla pelle di uno parla di e a tutti.
Il corpo è il primo e più potente strumento politico che abbiamo. È bene tenerlo a mente.

 

 

foto di copertina di jason schjerven

Leggere la Shoah

di Alessandro Melia

Immaginate quattro bambini. Li chiameremo Guido, Lia, Tullio e Liliana. Vivono in città diverse, hanno situazioni familiari diverse, ma hanno quasi tutti la stessa età, intorno agli otto anni, l’età del gioco, delle prime amicizie, delle prime scoperte. È per questo che sono accomunati dagli stessi pensieri, dagli stessi gesti: c’è chi scherza con i compagni, chi ripete una lezione a voce alta, chi viene incoraggiato dalla madre ad andare a scuola, chi ascolta il padre dire che è ora di prepararsi a diventare grande. Assomigliano a milioni di bambini tutti uguali sotto tutti i cieli. Li avete immaginati? Bene. Adesso fate un ulteriore sforzo. Immaginateli con lo sguardo perplesso mentre scoprono, da un giorno all’altro, di non poter più entrare a scuola, di non poter più vedere i compagni, l’amichetto o l’amichetta con la quale hanno sempre giocato. Hanno otto anni, non capiscono il motivo, sentono solo crescere dentro un indefinito senso di colpa. Improvvisamente si ritrovano a essere bambini diversi, isolati. Riuscite a immaginare il loro timore? Bene. Adesso fate ancora uno sforzo, l’ultimo, e immaginateli mentre si divincolano, scappano, si nascondono, perdono peso; e poi immaginateli mentre vengono catturati e caricati come bestie su treni con vagoni piombati, con un secchio per i bisogni, un po’ di paglia per terra, niente luce, niente acqua. Forse vi sembrerà di immaginare una scena dell’orrore, ma l’orrore, quello vero, deve ancora arrivare. Perché Guido, Lia, Tullio e Liliana non appartengono all’immaginazione. Sono quattro bambini in carne e ossa: Guido Cava, Lia Levi, Tullio Foà e Liliana Segre. Italiani, ebrei, vittime della Shoah. Vittime che grazie all’aiuto insperato di chi si è opposto alla barbarie nazista, si sono salvate. Alle loro storie la Rai ha dedicato la docufiction Figli del destino, andata in onda mercoledì sera. Un modo diverso di raccontare un pezzo di quella storia, la vergogna delle leggi razziali.

Durante la Shoah – che in ebraico biblico può assumere diversi significati (rovina, desolazione, distruzione, tempesta, calamità) e che a partire dal 1940 è diventato il termine utilizzato per evocare la sorte degli ebrei in Europa dopo le conquiste del Reich e l’avvento delle politiche antisemite – i bambini che vennero uccisi furono circa un milione e mezzo. Come affermò Himmler durante i due discorsi di Posen, in Polonia, i bambini ebrei dovevano essere eliminati perché costituivano una minaccia futura contro il popolo tedesco. Come dimostrarono la retata in Francia dei 44 bambini d’Izieu il 6 aprile 1944, e poi quella in luglio degli asili di bambini ebrei della regione parigina che finirà con l’arresto di 250 di loro.

Usare i termini esatti quando si racconta la Storia dovrebbe essere un obbligo. Simone Weil sosteneva che “là dove vi è un grave errore di vocabolario, è difficile che non vi sia un grave errore di pensiero”. Per questo se si vuole leggere la Shoah bisogna partire dalle parole, come hanno fatto due storici, Tal Bruttman e Christophe Tarricone nel libro Le 100 parole della Shoah. I due fanno il punto sul vocabolario, ma anche sui protagonisti, i luoghi e le fonti. A volte ci sono parole che sentiamo di continuo, ma su cui non siamo certi del loro significato.
“Sonderkommando”, per esempio, titolo del libro di memorie di Shlomo Venezia. Le SS, a Auschwitz-Birkenau utilizzavano i prigionieri ebrei per i lavori connessi allo sterminio. Questi prigionieri dipendevano da un’unità chiamata Sonderkommando (Unità speciale).

“La parola stessa – si legge nel libro – è una dimostrazione della vacuità della lingua nazista: il termine generico, che non dice niente della realtà del compito a cui sono costretti i suoi membri”.

Oppure l’abbreviazione SS, che sta per Schutzstaffel, letteralmente squadrone di protezione,

“che intendeva essere l’élite non solo del Partito nazista, ma di tutta la nazione tedesca, un’avanguardia che operava per il trionfo”.

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Un’altra parola è “retata”. Come quella che avvenne nel Ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 e si concluse con il rastrellamento di 1024 persone, tra i quali oltre 200 bambini. Due giorni dopo diciotto vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina per il campo di Auschwitz. Tornarono soltanto in 16. Quella pagina di storia è raccontata con mirabile precisione da Giacomo Debenedetti nel libro 16 ottobre 1943. Sono pagine brucianti. Natalia Ginzburg, nella prefazione, scrive:

“Sembra che a parlare sia la stessa realtà. Le frasi si susseguono alte, nitide, disadorne, severe, e su ciascuna di esse grava il peso di una pietà immensa”.

Pubblicato per la prima volta nel dicembre del ’44 sulla rivista «Mercurio», 16 ottobre 1943 è considerato un classico della letteratura post-clandestina per il suo alto valore letterario e testimoniale. Eccone un assaggio:

“Di primo mattino, non appena un barlume di giorno, viscido e grigio come le loro case, comincia a far leva sui cornicioni, come un apriscatole, per incidervi uno spiraglio sui vicoli sottostanti, già li trovi tutti per via, questi ebrei, e berciano, e si chiamano a gran voce, e combinano, e litigano, e discutono, e intavolano trattative e negozi. Questi ebrei amano la vita: quella vita da cui la notte li ha esclusi, sentono il bisogno che irrompa in loro”.

La bambina più conosciuta di tutte, grazie al suo Diario, è Anne Frank. Fu scoperta, prelevata e deportata prima ad Auschwitz e poi nel campo di Bergen-Belsen. Sfuggì al gas, ma un mese prima della liberazione, all’età di quindici anni, morì di tifo. Su di lei vale la pena leggere il breve saggio di Cynthia Ozick Di chi è Anne Frank?, che mette in guardia dal giudicare “consolatorio” il Diario, o “un inno alla vita” come erroneamente viene definito. Non è neanche la storia di Anne Frank, perché nei cinquant’anni che sono passati dalla prima pubblicazione, scrive Ozick, è stata “censurata, resa infantile, americana, sentimentale, è stata falsificata, volgarizzata, spudoratamente e arrogantemente negata”. Anna Frank era

“nata per essere una scrittrice. A tredici anni percepiva già il suo potenziale; a quindici lo sapeva governare. È facile immaginare – se le fosse stato consentito di vivere – una lunga scia di romanzi e di saggi riversati dalla sua penna fluente e salda”.

Nel Diario, infatti, leggiamo che per lei scrivere era liberarsi di qualsiasi cosa, era un gesto che le sollevava il morale. Secondo Ozick arrivare al Diario senza aver letto prima La notte di Eli Wisel e I sommersi e i salvati di Primo Levi, “è permettere a se stessi di crogiolarsi in un’inverosimile e squallida innocenza”.
A questi libri mi permetto di aggiungere Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann, un libro prezioso, essenziale, capace di condensare in appena 34 pagine la più grande tragedia della storia dell’uomo. A parlare è il padre dell’autore, Shulim Vogelmann, sopravvissuto ad Auschwitz e unico italiano salvato da Oskar Schindler. Di lui veniamo a sapere appena dei frammenti, ma tanto bastano per farci vedere la sua vita: l’infanzia in Galizia, il viaggio in Palestina, l’arrivo a Firenze, il lavoro nella Tipografia Giuntina, il primo matrimonio; poi la deportazione, la liberazione, le difficoltà nel rifarsi una vita, fino alla morte.

Ad ogni modo, che si arrivi alla Shoah tramite i documentari, i film, i libri, le mostre, perché un racconto ci ha impressionato, o semplicemente perché qualcosa ha attirato la nostra curiosità, la cosa importante, la più importante di tutte, è che se ne continui a parlare, che non si smetta mai di raccontarla e di ricordarla, e di tramandarla alle nuove generazioni, che hanno il diritto di sapere di cosa è capace l’essere umano, e a loro volta il dovere di ricordarlo, affinché non si ripeta mai più. Qualche giorno fa, incontrando un gruppo di studenti, Liliana Segre ha detto di essere estremamente pessimista sulla Shoah:

“Tra qualche anno, quando sarà scomparso anche l’ultimo sopravvissuto, sarà prima ridotta a un capitolo, poi a una riga nei libri di storia, e poi non ci sarà più”.

Questo non deve mai accadere. Non dobbiamo permetterlo.

 

 

foto di copertina di giulia gasperini