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Respiro n°0

La classe di Apnea si è chiusa. 14 persone (tantissime, bisognerà lavorare bene) che, prima ancora di cominciare, hanno ricevuto un compito: leggere, studiandole, le prime 30 pagine del romanzo che dovranno editare. Solo 30 pagine, il resto del manoscritto sarà inviato dopo la prima lezione. Ribadire che dalle prime 30 pagine di un romanzo si può capire molto, se non tutto, è una cosa che disturba molti, lo so. Ma tant’è.
Io vi dico che delle scelte che compongono un romanzo alle volte si può iniziare a discutere anche solo dalla prima parola.

 

4+1: cartografia degli Appennini di Sandro Campani

intervista a cura di Luigi Loi

4+1 è una madeleine fatta di libri: ogni scrittore ne sceglie quattro che più rappresentano la sua città e la sua terra, più uno, il jolly: il libro legato alla sua geografia sentimentale.

L’autore di oggi è Sandro Campani, e ci racconta gli Appennini.

Guido Bucciardi, Montefiorino e le terre della badia di Frassinoro. Notizie e ricerche storiche (1071-1321).
«Fin dai tempi medievali, la zona montuosa modenese, delimitata dalle valli dei torrenti Dragone e Dolo, in confine alla montagna reggiana, trovasi designata col nome generico di Terre della badia».
Quando avevo undici anni mio padre portò a casa questi tre volumi, ristampati dal comune. Così seppi perché quella oltre il muro di cinta che io e Davide scavalcavamo per quei funghi detti “imbuti” si chiamava Villa del Bucciardi. Aveva un intonaco rosa improbabile, e un parco di tigli e ippocastani.
Nell’ora alternativa a religione, studiai le storie di rocche assediate, di incendi e passaggi segreti, impiccati penzolanti dalle querce, uccisi dai modenesi che salivano dal piano.

Emilio Rentocchini, Ottave.
Sassuolo è ai piedi delle nostre valli, in riva al Secchia: non è più Modena e non è già Reggio; è dove si va giù a lavorare, pendolari incolonnati, a produrre piastrelle di ceramica. «I camion pieni rasi di terra rossa che vanno a razzo lungo la Caveriana, con l’ombra delle robinie al parabrezza e il telone slacciato che abbaia di lontano». Le case cresciute alla rinfusa sperimentando il peggio dell’architettura anni Sessanta-Ottanta, lo smog che da quassù vediamo netto come una coperta grigio scura, e pensiamo: anche oggi, andrò a respirare là dentro.
Rentocchini è un poeta del dialetto sassolese; conosce la luce dei portici, dei capannoni, sa parlare della vita descrivendo un’Apecar, ma niente retorica del rimpianto. Emilio, cos’è la scrittura?
«Imbattersi lenti e contromano / nel senso repentino delle cose».

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foto di giuseppe mondi

Silvio D’Arzo, Casa d’altri.
Sono arrivato tardi a Silvio D’Arzo: dopo aver letto un mio libro, qualcuno faceva quel nome; perciò ho cominciato Casa d’altri, e ho visto che era già tutto lì.
Non tanto l’ambiente (l’Appennino, la tristezza dei giorni che s’accorciano, il canto del maggio), o le storie minime in cui la vita passa dagli interstizi, quanto il ritmo: leggerlo ad alta voce, sentire nella bocca la sua musica, trovarla sorella in un modo quasi inquietante. Mi ero accordato al la degli americani, con l’orecchio di chi li traduceva, Pavese anzitutto; ho trovato un segno sul sentiero: non c’è più bisogno di estrarre la cartina. Come se da una terra, da un dialetto che sta implicito sotto l’italiano, non possa germogliare che musica simile, e imparare a cantarla abbia a che fare con la verità.

Giovanni Lindo Ferretti, Bella gente d’Appennino.
Non devo spiegare come Ferretti sia imprescindibile per la mia terra e la mia generazione, né alimentare il ronzio che lo avvolge se non corrisponde al santino cucitogli addosso.
Ferretti ha cantato la disperazione e la sazietà d’Emilia quando nessuno sospettava (e ancora ne spacciamo il luna park, rosso fiammante, promuovendo un’estetica dissociata, che descrive solo il fantasma di una posa).
Qui narra il radicarsi quotidiano; io vivo spiantato, Ferretti è il mio fuoco nel camino. «Non ho speso bene i miei giorni. Molti li ho sciupati, di molti sono stato spettatore. Troppi li ho macerati, estenuanti, in una sequela di tensioni senza soddisfazione, in guerra con tutto e con me stesso. Me ne sono liberato, a volte con fatica sempre con sollievo».

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foto di julian zett

John Steinbeck, Al dio sconosciuto.
Di nuovo, era già tutto lì. Trovai i libri di Steinbeck in casa. Leggevo della valle del Salinas e ci vedevo la mia. Le colline, il torrente. Sì, a un certo punto apparve il mare, per un sacrificio al tramonto; ma a pensarci, quando il papà mi portava sul crinale vedevamo le Apuane, e anche al di là di quelle c’era il mare, a ovest come nel libro.
In quel paesaggio c’era la potenza biblica; c’era il senso panico che avrei avuto addosso. Quando guardi una cosa, non è solo la cosa. Una certa luce la colpisce. Come puoi dire quella luce? In copertina c’era una quercia, enorme, e davanti un uomo sparuto. Dentro c’erano i boschi e i campi, il secco e la pioggia, la tragedia, e un albero era il padre ed era Dio. Tutto era lì.

Sandro Campani è nato nel 1974 ed è cresciuto in Val Dragone, nel comune di Montefiorino. Sua madre è dell’Appennino modenese, suo padre dell’Appenino reggiano. Ora vive in provincia di Reggio Emilia. Ha pubblicato È dolcissimo non appartenerti più (Playground 2005), Nel paese del magnano (Italic Pequod 2010), La terra nera (Rizzoli 2013), Il giro del miele (Einaudi 2017). Canta e suona con gli Ismael; collabora come autore di testi con altri musicisti.

La verità vi prego: se il lettore non ti capisce, non ti legge

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Eleonora e il suo racconto “Salsi colui”.

[Chi è Eleonora: Scrivo da sempre e credo che non smetterò mai. Sono d’età. Sono totalmente dedicata alla forma del racconto pur con esperienze di tutti i tipi in passato, teacher d’inglese mi servo spesso della letteratura nelle mie lezioni, contemporanea, nel senso più triviale del termine. Pesco dai Social, You tube, Netflix.]

Cara Eleonora,

per dirti come mai il lettore non riesce a seguire la tua storia ti mostro tutti i punti in cui gli viene spontaneo farsi una domanda e non ottiene risposta, e tutti quelli in cui è costretto a impegnarsi in un grosso sforzo per figurarsi le immagini che la tua scrittura costruisce, e non viene ripagato.

Le domande sorgono ogni volta che dai al lettore delle informazioni sulla trama, cioè su “quello che succede al personaggio” oppure su “qual è il contesto della storia”. Queste informazioni possono, sì, essere progressive e creare suspense, ma non rimandare all’infinito la chiarezza, non diventare ripostiglio di ermetismo: la scrittura è comunicazione.

  • dopo le ultime tragiche notizie (quali?)
  • l’idea si stava formando (che idea?)
  • se lo sentiva (come?)
  • Una vittima (perché?) con stile
  • Altri punti del pianeta (quali?) cambiavano (come?) per sempre (addirittura? dunque come?) gli esseri che vi soggiornavano (chi? quali?)
  • e mai si saprà quanto a lungo dormì e se fu lì che la sua gonna si macchiò. (chi lo vuol sapere? da quale spazio/tempo? perché bisognerebbe saperlo? la gonna che si macchia è una metafora? di cosa?)
  • Dicasi che le due sedie a sdraio sotto i cipressi di fronte alla casa erano deserte, poi qualcuno le abitò e poi furono deserte di nuovo.
    Dicasi che passi frettolosi sulla strada ci furono ma nessuno la notò e le voci non lasciarono traccia nelle sue orecchie. (di cosa si parla? da quando si parla?)
  • Piangeva, sua madre (perché?)
  • attonita dallo sgomento (chi? perché?), le sue orecchie morte (di chi? perché?)
  • La notizia arrivò (quale? quando?)

Le immagini complesse ed evocative non sono necessariamente un problema, se prese una alla volta e se maneggiate con consapevolezza e ordine, ma lo diventano quando ingombrano il testo, si mettono in prima fila, puntano i riflettori su sé stesse invece che  occuparsi di impreziosire la storia e darle un diverso senso: le “immagini preziose” non si scrivono tanto per, si scrivono perché la storia acquisti una specifica voce, uno specifico taglio.

  • […] l’aria conteneva  sacche di profumi che scoppiavano come bolle perforate dal suo naso
  • La sua mente annaspava registrando il flusso continuo dei pensieri
  • […]e per qualche secondo il suo cervello tramortito, fattosi bianco e inerte (?)
  • Arcana architettura di terre e schiume di rocce, una vagina di colline soffici, da cui trasudavano acque calde e profonde, un orifizio della terra.
  • Nessuno era più in grado di dimenticare la sensazione di fraterna accoglienza che invariabilmente si insinuava in chi si iscriveva in questo spazio (?)
  • Anche una bacheca di sughero sulla parete e la volta a vela che convergeva esattamente sul suo posto a sedere. Convogliando energie cosmiche… (?)

Mettiamo anche il caso che il lettore voglia seguirti in questo lavoro di traduzione del linguaggio, perché riesci ad affascinarlo e a coinvolgerlo: dove lo porti, poi? Arriva un personaggio/indagatore (Cellini) al terzultimo capoverso. Neanche il tempo di guardarlo e di (ri)conoscerlo, e la sua azione viene interrotta da un corsivo (riprende il corsivo dell’incipit? È un nuovo corsivo?) non identificato, che lascia il finale con delle ipotesi, una terzina e un ritorno alla Lucille incontrata all’inizio, di cui, però, chi legge non ha capito la parabola e non può dunque capirne la conclusione.

Direi che la chiave per rimetterti al lavoro sul tuo racconto è qui: nella parola “capire”. Il lettore è tuo complice se tu gli permetti di diventarlo. Se pretendi che faccia lui tutto il “lavoro sporco” ti abbandonerà.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

SALSI COLUI

“Vi penserò.
Partite riposate, vi aspetta ancora un bel pezzo di strada. E poi, nel corso del vostro viaggio, vi racconterò la vera storia.
… Del violinista ungherese le cui orecchie morte continuarono ad ascoltare Ligeti per giorni, nella stanza al primo piano, da cui arrivava quella musica che non smise mai. Trattasi di colui che aveva dovuto separarsi da sé in un pomeriggio di vento e strame insanguinato in cima a quella collina gialla, la più secca, al centro dell’oceano di colline abitate da viaggiatori di passaggio, dove noi, in sosta estatica davanti alle case, immobili dietro agli occhiali da sole, restammo muti come dipinti. L’eccellenza di un  marketing turistico specializzato nella vendita di paglia, nuvole, cipressi e vuoto, l’aveva convocato lì, proprio lui,  e nessuno poteva immaginare che fosse per derubarlo di cotanto bene!”

Dopo il temporale notturno  l’aria conteneva  sacche di profumi che scoppiavano come bolle perforate dal suo naso. Rise, all’idea,  continuando a camminare. Lucille si chiamava, veniva da Brighton. Studiava arte  e lavorava lì. Una tesi sul paesaggio delle terre di Siena ferma in un punto cruciale oltre il quale non riusciva ad andare. La sua mente annaspava registrando il flusso continuo dei pensieri, perché dopo le ultime tragiche notizie, l’idea si stava formando, se lo sentiva. Aveva capelli rossi e vesti lunghe, Lucille. Una vittima con stile.

Il percorso tra la casa principale e la dépendance, sulla  collina di fronte,  era il momento migliore del suo lavoro. Mezz’ora di salita a piedi subito dopo colazione. Lo faceva volentieri con ogni tempo e guardandosi intorno  non poteva dimenticare che stava camminando dentro il poster pubblicitario della Regione Toscana, l’immagine di un calendario che non scorreva. Arcana architettura di terre e schiume di rocce, una vagina di colline soffici, da cui trasudavano acque calde e profonde, un orifizio della terra.

Questo si vedeva da una delle colline, la più gialla, la più secca,  al centro dell’oceano di colline abitate da viaggiatori di passaggio,  in sosta estatica davanti alle case, immobili dietro agli occhiali da sole,  muti come dipinti. Altopiani con spazi dilatati da fughe di luce e ombre fornivano le adeguate proporzioni per una visione non gregaria, non sottomessa, del cielo, e riversavano sull’uomo di passaggio il senso di una gloriosa appartenenza e la misura della potenza della sua specie. Questo era più forte di qualsiasi altra cosa, sull’uomo di passaggio. Nessuno era più in grado di dimenticare la sensazione di fraterna accoglienza che invariabilmente si insinuava in chi si iscriveva in questo spazio, in chi si immergeva in quelle acque. Altri punti del pianeta cambiavano per sempre gli esseri che vi soggiornavano. Ma quel paesaggio così illustre, ritratto, misurato e specchiato e rimpianto, generazione dopo generazione  si era intriso di  una specie di auto-esaltazione, anzi, una specie di tirannide. Sì, una specie, e anche un po’ sordida, di… tirannide, si disse. E i quadri dei pittori erano pieni di un senso di aliena complicità tra uomo e cielo, sullo sfondo dei ritratti di uomini santi e di uomini principi, di poeti, di assassini, ministri, banchieri, madonne, dame velenose e prostitute leggiadre.

No, Lucille non sapeva come e quando se ne sarebbe potuta distaccare. Tanto valeva semplicemente  camminarci dentro per il tempo concesso… uff! Ma che caldo oggi! …yes, some kind of awesome weird tyranny. Questi erano i pensieri di Lucille. Lucille ansimava per la salita. Per giungere alla casa c’erano solo trecento metri, ma aveva caldo e aveva mangiato troppo. La colazione sontuosa del migliore agriturismo della Val d’Orcia era la colazione più pesante della Val d’Orcia. Saliva, la fantesca inglese, verso la casa sulla collina,  la più gialla, la più secca,  al centro dell’oceano di colline abitate da viaggiatori di passaggio,  in sosta estatica davanti alle case, immobili dietro gli occhiali da sole, muti come dipinti. I suoi pensieri oziosi tradivano la mancanza di ossigeno, decise di fermarsi un attimo, si inoltrò di qualche passo nel campo e si distese sulle stoppie di paglia gialla e asciutta, non troppo confortevole. Tuttavia abbastanza confortevole perché lei lì si addormentasse di colpo e mai si saprà quanto a lungo dormì e se fu lì che la sua gonna si macchiò. Dicasi che le due sedie a sdraio sotto i cipressi di fronte alla casa erano deserte, poi qualcuno le abitò e poi furono deserte di nuovo. Dicasi che passi frettolosi sulla strada ci furono ma nessuno la notò e le voci non lasciarono traccia nelle sue orecchie.

Lucille sognò sua madre curva sulla spesa scaraventata sul selciato,  sferzata da uno stormo di gabbiani urlanti  tra raffiche di vento gelido sotto Elsinore Crescent, a Brighton, nel quartiere di  Gillian Bay. Piangeva, sua madre, raccogliendo il pane zuppo di pioggia. Fu allora che si svegliò, di colpo, con un singulto d’angoscia e il sole in faccia. Si alzò e, trasognata, lasciò vagare lo sguardo per le colline. Il suo occhio registrò un movimento laggiù vicino alla casa principale, era il Castelli che stava scaricando la cesta del pane. Il pane!!!  Era già arrivato il pane. Allora Lucille, con uno scatto improvviso, si mise a camminare velocemente in discesa. Aveva deciso di tornare in giù a sbrigare le camere dell’appartamento grande, la pulizia nella dépendance per oggi saltava o sarebbe tornata nel pomeriggio se le fosse rimasta qualche ora. Non erano previsti nuovi arrivi fino a sabato e  l’unico ospite era il violinista che alloggiava nell’appartamento al piano di sopra. Ma la sua station wagon era ancora parcheggiata sul retro, non era ancora uscito dalla sua stanza, non si era fatto vedere a colazione, neanche ieri. Forse era un solitario, il violinista.

Intanto nella stanza al piano di sopra della dépendance attonita dallo sgomento, le sue orecchie morte continuavano ad ascoltare Ligeti da  tre giorni. E fuori da quell’universo sonoro, mute le luci del giorno si erano per tre volte avvicendate e le ombre delle nubi avevano viaggiato come greggi sulle colline brucando lentamente le ore, una dopo l’altra. La notizia arrivò prima di tutto alla vineria di M.me Olga una ricca franco- canadese che gestiva la più piccola osteria di S. Quirico. La pantalonaia della piazza entrò trafelata, molto scossa ripetendo oddio oddio oddio. Tornava dal servizio in chiesa, il giovedì era il suo turno per le pulizie e quel giorno era salita fino in cima alla torre campanaria. E guardando in giù, da lassù, aveva visto qualcosa nel cortile sotto il cimitero, a ridosso del muro, in un angolo invisibile dall’esterno. Un cadavere, sì, la sagoma di un corpo. Era scesa a precipizio dalla torre, aveva trovato la chiave del cancello, era entrata nel piccolo cortile recintato da muri coperti di muschio e l’aveva visto. Il corpo portava un abito da viaggio color sabbia, di fattura tedesca, scarpe di pelle chiara e al polso un Rolex d’oro, all’altro polso un legaccio di cuoio, come quello per le pecore. La camicia e le spalle erano intrise e nere di sangue rappreso. E sopra le spalle il nulla. Il cadavere era senza testa.

Tornarono nel piccolo cortile, scortate dai carabinieri e anche dal parroco. Il
cadavere partì per Firenze. E da Firenze  arrivò, verso le sette di sera, l’ispettore Cellini, per le indagini. Prese alloggio all’ Hotel Falcone, con finestre sulla piazza.

Il giorno seguente alle 8.30 Adele, la segretaria dell’agriturismo La Ruga era ferma davanti alla porta del piano di sopra nella dépendence. Bussò, forte, ancora, forte, e poi aprì con le sue chiavi. Guardò il bagno deserto alla sua sinistra, poi percorse il corridoio e bussò ancora alla porta della stanza. Attese, non si sentiva alcun rumore. Aprì. Nella stanza sfrecciavano isteriche tre grosse mosche e un odore selvatico e aspro vi aleggiava come una disgustosa nebbia, nel caldo insopportabile. Non ci fu l’urlo che pur l’orrore produsse,  la sua gola si chiuse per un conato di vomito. Il letto era nero di sangue rappreso, il morto, appoggiato sul cuscino, gli occhi chiusi, sembrava ancora ascoltare da un paio di cuffie rimaste conficcate nelle orecchie. Barcollando e tenendosi la mano sulla bocca, Adele avanzò verso il cadavere, le sue gambe incerte inciamparono in un filo  e improvvisamente la musica si riversò nella stanza come un’onda gigantesca. Lei sobbalzò e rimase esterrefatta e per qualche secondo il suo cervello tramortito, fattosi bianco e inerte,  non registrò altro che musica e odore. Aveva sollevato il lenzuolo e sotto quella testa c’era il niente. Nel bianco candido delle lenzuola solo una chiazza, piccola e frastagliata, di sangue rappreso. Adele vomitò nel water poi corse fuori. La porta, dietro di lei, sbatté, rinchiudendo le tre mosche nere.

Cellini si era “accomodato” nell’ufficio di portineria della stazione dei Carabinieri di S. Quirico.  Aveva linea e connessione, questo importava. Anche una bacheca di sughero sulla parete e la volta a vela che convergeva esattamente sul suo posto a sedere. Convogliando energie cosmiche…comunque non particolarmente efficaci, pare, a risolvere casi della vita, idioti e complicati come questo. Erano le due del mattino e non aveva ancora cenato. Crampi di fame lo convinsero a lasciare la postazione.
Non era venuto a capo di niente. N I E N T E.

“Nell’oceano di rimembranze e correnti solide in cui siete immerse, voi non potete
realizzare il disquanto macabro di questa storia , mentre nella calura e vacanza  proseguite per la Spagna del nord, con soste programmate, al riparo da chiavi perdute e reception deserte, nell’itinerario del ritorno. Insomma, avete altro a cui pensare. La testa da una parte, e il corpo  dall’altra, potenzialmente già unite dalle carte sulla scrivania di Cellini, ma distanti ancora nel dirsi della vicenda. La telefonata che sta per accadere ha il compito di modellare il fatto.”
Finale numero uno. Un collare di acciaio. Portava il numero e non poteva essere ottenuto che con la decapitazione. Il numero corrispondeva a una cassetta di sicurezza della banca di Pienza dove era custodito un prezioso Stradivarji. Cellini che mangia e indaga, trae una conclusione e beve. Un Maigret, ma bello e ugualmente solitario.
Finale numero due. Un ex-amante SM vendicativo aveva messo in scena un detto del
musicista. “Ascolterei questo di Ligeti anche se avessi la testa staccata dal corpo”. Torbide passioni e musica sublime. Tsk!
Finale numero tre. Vi ricordate la botola nel nostro bagno? Ecco. Vi ricordate che “il cerimonioso” ci disse che era fatta su misura perché ci passassero le spalle di un uomo? Ecco. Lì era nascosto il vero corpo di quella testa. Sotto la paglia, non lontano dalla strada dove Lucille si era addormentata, c’erano ancora tacce di sangue. E poco lontano, sotto un cipresso, un’altra testa. Due teste divise da due corpi, le teste verranno scambiate, muovendo le indagini in direzioni impreviste. Costruendo, di fatto, due Frankenste illetterari. Ma ecco l’ineffabile terzina…

“ricordati di me che son la Pia.
Siena mi fe’ disfecemi Maremma
salsi colui che inanellata pria,
disposando, m’avea con la sua gemma.”
(Purgatorio, Canto V, vv. 130-136 . Pia de’ Tolomei)

È quel “disfecemi” che mi indirizza verso il macabro, Lucille tornò da Brighton.
Tornò e sparì.
Non lasciò mai più quel luogo, rimase per sempre in quella pagina, del calendario, della
Regione Toscana che, sontuosamente, la disfò.

Welcome to Suburbia, la periferia delle serie tv americane.

di Chiara M. Coscia

Le casette rosa di Revolutionary Road, le siepi disegnate di Edward Mani di Forbice, la panoramica dall’alto di American Beauty. E ancora The Truman Show, Bowling for Columbine, Lontano dal Paradiso, Il giardino delle vergini suicide. L’immaginario è talmente ricco di rappresentazione della suburbanità che non si capisce bene dove finisca quella filmica e dove cominci quella reale, se sono state le vere Hartford, Levittown, Scarsdale a fornire un modello per le cittadine suburbane di letteratura e cinema, o viceversa.

Suburbia, luogo dell’isolamento, del privato, dell’auto-mobilità e dell’auto-affermazione, è quello spazio emblematico dove la gente vive ma non lavora, della famiglia nucleare dai confini e dai ruoli di gender ben delineati, della competizione sociale ed economica basata sulle risorse, e sulla vistosità di tali risorse. Questo paesaggio ci appare chiarissimo, affollato di cookie cutter houses, le “casette fatte con lo stampino”, che funzionano a loro volta da stampino, e non solo per l’identità di chi le abita, ma anche per quella di chi quelle case le ha lette o viste in TV.

Il territorio fisico e identitario americano è sempre rimasto legato alla ricerca ideale di una comunità raccolta, sicura, in cui sussiste un’idea di privacy che viene sempre riconosciuta (intesa come proprietà privata più che come intimo privato), lontana dai pericoli della città come l’idea della colonia che avevano i padri pellegrini era lontana dalla corruzione della madrepatria. Quell’ideale è suburbia.

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foto di alvin engler

L’architettura uniforme che conferisce quel senso di placelessness, di “non-luoghità” si è costruita e diffusa anche attraverso la cultura pop e le rappresentazioni che affollano le nostre menti nonostante nessuno di noi sia vissuto nell’America del dopoguerra. Di quel dopoguerra suburbia incarna l’ottimismo e il nazionalismo rinvigorito dalla vittoria, ma è anche espressione dell’angoscia e della paura postatomica. Gli ambienti domestici uniformi e controllati diventano lo spazio della fuga, quello spazio eterotopico di cui parlava Michel Foucault, al di fuori del reale, perfettamente attrezzato a svolgere la sua funzione simbolica di sfogo, distrazione, contenimento, distacco.

Suburbia è così luogo dell’American Dream, situato in quella zona di frontiera (concetto che non abbandona mai) tra il rurale e l’urbano. Quest’immenso fondale unificante funge da lavagna perfetta per la narrazione e per la costruzione di una certa idea di storie familiari. Su questo fondale si scrivono romanzi e film, ma anche moltissime serie TV, e così come alcune di queste funzionano da luce critica e decostruttiva, altre sollecitano un desiderio e una nostalgia da cui non è facile tenersi intoccati. Chi di noi, per esempio, non desidererebbe vivere a Stars Hollow, la cittadina di Gilmore Girls?

Stars Hollow: l’utopia suburbana

Stars Hollow, Connecticut, incarna l’aspetto mitologico più profondo della suburbanità. La cittadina di Gilmore Girls è stata, leggenda narra, il nucleo originario della scrittura della serie. Pare infatti che l’ispirazione venne, a Amy Sherman-Palladino, proprio durante un viaggio in Connecticut, tra le sue cittadine pettinate e corredate di foliage. La centralità dello spazio è palpabile già dalla prima scena. Gilmore Girls si apre con una panoramica sulla strada principale di Stars Hollow: vediamo subito una bandiera americana posizionata in prospettiva al cartello con il nome della città.
Stars Hollow significa “cavità di stelle”, luogo magico di artisti e sognatori, ed è proprio l’ambientazione a rendere la serie molto diversa rispetto ai classici teen-drama tipo Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, Riverdale – nonostante anche queste siano serie che partono da luoghi precisi, da cui prendono anche il titolo, che però non esercitano la stessa potenza narrativa.

La mitologia della cittadina va di pari passo con quella del New England, con la sua presenza storica e paesaggistica, cuore antico degli Stati Uniti, di cui Stars Hollow è la perfetta immagine da cartolina pubblicitaria. È il luogo della domesticità intesa come casa scelta, d’elezione, quella a cui si arriva (per upward mobility) e non da cui si parte. Non vediamo accadere i conflitti, ma solo la loro risoluzione, in questo regno della buona cittadinanza, e raramente assistiamo a momenti disturbanti, come quando l’intera popolazione discute della relazione tra Lorelai e Luke (S05E03), o come quando si deve decidere se bandire o meno Jess (l’estraneo arrivato da fuori, che destabilizza) per aver imbrattato un marciapiede (S02E08).

L’utopia suburbana di Stars Hollow resta aspirazionale proprio perché irreale. È l’incarnazione dell’archetipo della terra promessa, è spazio eterotopico perché alternativo, carico di valori nostalgici, ed è anche spazio dell’intrattenimento, dei desideri che si realizzano, dove tutto è iconico, dove è sempre autunno, e a volte nevica anche, ma non piove mai.
Tutti dovrebbero avere, o ambire ad avere, una casa con giardino, l’auto parcheggiata nel vialetto e l’ultimo modello di lavasciuga in garage. Tuttavia la realtà di suburbia è molto diversa dalla narrazione quirky che ne fa la Palladino, e quel sogno americano resta un’immagine bidimensionale, nel cui spazio di distacco dalla realtà si inseriscono e fanno ordine altre narrazioni.

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foto di annie shelmerdine

L’estetica patinata della realtà suburbana cela un senso di cupezza interna, fatta di mistero, bugie, orrore. Un esempio fra tutti è Mad Men, laddove dietro all’apparente perfezione glamour delle vite dei Draper scorre un sotteso costante di angoscia, insoddisfazione, bugie, malcelato alcolismo. Non ci dimenticheremo mai quei lunghi pomeriggi in cui Betty Draper se ne stava seduta sul divano a fumare con lo sguardo perso in un lago di noia.

Quel fondale perfetto per raccontare l’utopia suburbana di Stars Hollow può facilmente riposizionarsi dietro l’orrore di una cittadina come Twin Peaks, di un luogo oscuro come Wayward Pines, o di una spaventosa comunità del Midwest, come Wind Gap.

Wind Gap: the dark side of suburbia

Wind Gap, la cittadina immaginaria del Missouri in cui è ambientata Sharp Objects, sembra la versione contemporanea di Yoknapatawpha – la contea immaginaria dei romanzi di William Faulkner –, con quel senso profondo di orrore e degrado umano tipici del southern gothic.
Anche in questo caso abbiamo una città dal nome composto da un aggettivo e un elemento naturale, anche in questo caso l’aggettivo ha a che fare con il vuoto, gap. Insieme a Camille, la protagonista, ne percorriamo le strade in auto, e intercettiamo luoghi simbolici ed evocativi: il bar, il distributore di benzina con lo shop dove si acquistano gli alcolici, il barbiere, i cartelloni pubblicitari, la scritta gigantesca “Welcome to Wind Gap, Missouri” – a cui fa eco il poster pubblicitario della HBO che recita “Welcome Home”.

In questa home si affollano dettagli spaventosi: bambini che maneggiano pistole, teste di maiale, pavimenti in avorio, e ancora morsi, denti, pattini a rotelle che sfrecciano nella notte. Ci sono i boschi intorno alla cittadina, che si chiudono su di lei, come succedeva a Twin Peaks, affollati di ricordi terribili e di posti agghiaccianti, come la capanna di legno dalle pareti zeppe di immagini porno e pezzi di animali morti. E c’è la casa dei Crellin, che sembra una via di mezzo tra una casa di bambola, oggetto metanarrativamente presente all’interno della casa stessa, e il set di American Horror Story.

Vallée ha affermato che quello che cercava era una casa all’interno della quale se qualcuno avesse urlato nessuno avrebbe sentito.
Se non si hanno old money, soldi di famiglia, a Wind Gap le alternative sono due: lavorare al mattatoio dove vengono macellati i maiali, o restare a prendersi cura della casa. La mancanza di scelta determina in maniera decisa i ruoli di gender, forzandoli all’interno dello standard eteronormativo suburbano.
Wind Gap è, come le altre due cittadine di cui si parla qui, un luogo immaginario, dalla storia misteriosa e contraddittoria, la cui fondazione pare essere legata a uno stupro. Questo passato di violenza dietro la cortina di comunità integerrima ne fa un luogo maledetto, dove cose terribili accadono per mano dei suoi più influenti abitanti, ma dove il colpevole si ricerca, sempre, all’esterno, nella figura dell’ultimo arrivato, dello straniero.

Il sogno confortante di Stars Hollow e l’orrore di Wind Gap sono mito e versione horror del sogno americano, dove la corruzione e il male si nascondono sempre dietro a un tendone colorato. A raccontarci invece gli aspetti più realistici della suburbanità, interviene un genere che inscrive e sovverte completamente il testo del reale: la sit-com animata, sempre ambientate a suburbia. La suburbia più longeva della TV americana, infatti, è Springfield.

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foto di sharon mccutcheon

Springfield: l’eterno presente dell’America

La cittadina in cui vive la famiglia Simpson è ben oltre il mero sfondo di cartone, è la prima cosa che vediamo – la prima in assoluto – dopo il cielo azzurro con le nuvole della sigla. Un luogo affollato, vivacissimo, Springfield è una sorta di bolla senza posizione. Esistono infatti più di settanta Springfield in America, ma nessuna è quella dei Simpson. Potrebbero esserlo tutte. Springfield è “omnitopica”, come l’ha definita Andrew Wood per esprimerne l’assoluta uguaglianza e onnipresenza proprio in quanto spazio suburbano.

Nello spazio omnitopico, non-luogo assoluto, non esistono localismi, la globalizzazione impazza e il territorio si modifica in base al consumo. In un certo senso Springfield è l’opposto di Stars Hollow, così strettamente legata a un posto preciso (il New England), ed è anche Stars Hollow, con le sue fiere bislacche e festività stravaganti.
Se Stars Hollow metteva in risalto la suburbanità dell’affluence, l’abbondanza di cibo, di caffè, di personaggi e di feste cittadine, perfino un’abbondanza di capitale culturale (è impossibile star dietro al citazionismo sfrenato di Lorelai e Rory, che però non risulta oscuro agli altri personaggi, quale che sia il loro lavoro o livello scolastico), e Wind Gap ci mostra invece la bugia della scalata sociale, laddove se non hai soldi di famiglia non hai prospettive, Springfield ritrae il paesaggio come quel luogo dove i suoi abitanti e i suoi spazi sono assaliti dal consumismo che sopraffà i personaggi e rende complessa la possibilità di un’alternativa.

La frammentazione dello spazio, la sua mutabilità e la sua dislocazione (Wood) rendono chiaro il senso di come il progresso e l’espansione siano generatori di incoerenza e spaesamento, uno spaesamento che vediamo espresso dalle assurde vicende dei protagonisti. L’umanità e l’urbanità di Springfield cambiano di continuo, la città si costruisce e si smantella con facilità, addirittura (S09E22) la si sposta perché è stata sommersa dall’immondizia (come una sorta di “Leonia”, da Le Città Invisibili di Calvino). È impossibile disegnarne una mappa vera è propria, perché negli anni si sono create sovrapposizioni e ricomposizioni plurime da generare dieci versioni diverse della stessa zona della città, così come risulta complicato mantenere un ordine lineare di trama. Se volessimo seguire tutti gli episodi dall’inizio alla fine ci sarebbero delle incongruenze di storia che renderebbero la narrazione impossibile. Springfield è realistica proprio per questa sua impossibilità di coerenza narrativa.
Solo la realtà è altrettanto caotica.

foto di copertina: blake wheeler

Gli Editoriali. Anna Iacaccia (DeA Planeta)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Anna Iacaccia è nata a Borgomanero e vive e lavora a Milano. Lavora come grafica editoriale dal 2007, prima nella redazione di Mondadori Ragazzi e poi dal 2015 in DeA PlanetaLibri.

Come hai iniziato e perché?
Mi sono laureata in Design della Comunicazione al Politecnico di Milano su una tesi che mi ha avvicinato al mondo dell’illustrazione e dei libri per bambini. Ho quindi deciso di inviare il mio curriculum a varie case editrici che trattassero libri per bambini. Pensavo: “La redazione di libri per adulti gestisce solo testi, i graphic designer serviranno solo per i libri per bambini, no?” (ammetto l’ingenuità: la realtà si è svelata presto diversa).
Per passione personale ho sempre amato il mondo dell’arte e volevo allontanarmi dagli studi prettamente grafici e pubblicitari. Fondamentalmente, volevo avvicinarmi alla cultura e divertirmi. Ho fatto mia questa frase di Andy Warhol: “Dal momento che la gente vive sempre di più e diventa sempre più vecchia, bisogna imparare a restare bambini più a lungo”. Cosa c’era di meglio che creare libri per bambini?
Così, eccomi testimone che i curriculum nelle redazioni li leggono, perché mi ha risposto direttamente l’art director di Mondadori Ragazzi. Era l’anno dei primi cambiamenti e cercavano un grafico che li accompagnasse da Verona (dov’era la redazione) a Milano. Li ho quindi seguiti e sono entrata a far parte del mondo editoriale.

Come e quando sei arrivata alla DeA Planeta?
Dopo sette anni in Mondadori Ragazzi ho aperto la partita iva, prassi editoriale del tempo, e mi sono trovata a dover gestire il lavoro come esterna. Ho preso in affitto una postazione in coworking e, continuando a lavorare per Mondadori, ho iniziato a contattare altre realtà editoriali tra cui la allora DeAgostini. Cercavano un grafico che rientrasse in redazione e che avesse già autonomia per poter sostituire una posizione. Anche lì era momento di cambiamento: mentre tutte le realtà editoriali esternalizzavano, loro investivano per cambiare l’organizzazione interna e riportare figure interne e fisse in casa editrice. L’idea di ritornare in redazione per partecipare a tutto il processo creativo del libro è quello che mi ha spinto ad accettare. Ho sempre apprezzato il lavoro in team e la possibilità di parteciparvi attivamente, da dentro.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
In DeA Planeta gestiamo a tutto tondo la realizzazione dei libri. Il catalogo è molto vario e racchiude diversi marchi (DeAgostini, DeA Planeta, Dea, Utet…). Principalmente mi curo della grafica delle collane Middle Grade e Young Adult di DeAgostini e Dea, ma capita di seguire anche titoli per adulti. All’interno siamo in quattro grafici e in caso di bisogno ci aiutiamo. Mi occupo sia della fase creativa che di quella esecutiva e di prestampa. Mentre nell’esperienza precedente c’era un ufficio apposito che si preoccupava degli esecutivi definitivi, ora è una accortezza che ho imparato a gestire meglio.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Lavorando fissa in redazione vengo spesso coinvolta a monte del progetto: si passa dalle riunioni editoriali, alla proposta di un serie di illustratori o fotografie, ai contatti con gli illustratori, all’impaginazione (con creazione di progetti grafici) e al loro esecutivo finale.
A volte capita di gestire solo lavori esecutivi che arrivano da studi esterni, oppure di creare ex-novo dei progetti da presentare all’estero. In parallelo si cerca di fare scouting di illustratori e fotografi, principalmente online o in fiere o nelle librerie.
Tecnicamente usiamo la suite Adobe: Indesign, Illustrator e Phostoshop. Ultimamente anche Lightroom per gestire alcune fotografie.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Attingo online un po’ ovunque. Uso Facebook per mantenere i contatti con illustratori e fotografi: per vedere i loro aggiornamenti lavorativi e scoprire nuovi eventi legati al loro mondo. Cerco sui siti di banche immagini (Gettyimages, Arcangel, Trevillion…) o su piattaforme che raccolgono progetti e illustrazioni (Behance, Ignant, 500px…). Mi affido a Pinterest per le suggestioni o a Flickr spulciando tra i preferiti dei fotografi che mi colpiscono. Non ho regole precise e ammetto che spesso serve tempo, pazienza (molta) e fortuna.

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Bruno Munari

Qual è il libro DeA Planeta sul quale hai lavorato con più piacere?
Mi piace poter lavorare a un progetto grafico: poterlo impaginare e poi lavorare a quattro mani con l’illustratore. Ho apprezzato molto la nascita della collana i Diamantini, dove hanno collaborato alcuni illustratori (Paolo D’Altan e Daniela Volpari). Ultimamente mi ha divertito lavorare con le illustrazioni di Mirella Mariani, dove abbiamo ricostruito molte vignette legate al mondo della scuola media, per il prossimo testo in uscita di Annalisa Strada.
Curando anche la collana Young Adult è stato interessante poter collaborare con un fotografo (Michele Berlingeri) assistendo agli scatti per i titoli “Fandom” e “Io e te come un romanzo”.
Ma se dovessi scegliere un solo titolo, ricordo con piacere “Raccontami di un giorno perfetto”, dove la lezione di Munari (che suggerisce sempre una nuova e diversa sensibilità nel guardare le cose) ha dato i suoi frutti: hanno scelto una cover con una immagine che si tuffa in orizzontale, invece che in verticale.

Qual è il libro non DeA Planeta sul quale avresti voluto lavorare?
In questo caso devo richiamare alla memoria la redazione che ho lasciato alle spalle, quella degli ex colleghi e amici di Mondadori Ragazzi. Mi sarebbe piaciuto molto poter lavorare ai due titoli di “Lotta Combinaguai” di Astrid Lindgren illustrati da Beatrice Alemagna. Sia per l’autrice che per l’illustratrice coinvolta.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Mi piace poter vedere la nascita a monte di un libro e poter capire i gusti dei lettori, ancora prima di vederli in libreria. Poi adoro la possibilità di poter cercare illustrazioni e immagini e di riempirmi la testa di bellezza e arte.
Proporre immagini alle cover è sempre stato molto stimolante per me e ha allenato molto il mio “occhio grafico” facendo nascere in me la passione per la fotografia.
Ultimamente è capitata una bella occasione: ho scattato io stessa l’immagine di copertina di “Polvere” di Enrico Pandiani, uno dei primi titoli di narrativa italiana di DeA Planeta.
Portare un po’ di passione e hobby in quel che faccio quotidianamente al lavoro è ciò che più mi piace.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
La routine della parte più esecutiva, che occupa comunque metà del lavoro da fare è forse l’aspetto più noioso: creare fustelle, impaginare testi, profilare immagini e caricare tutto per la stampa. Sono azioni più meccaniche e precise, ma che possono essere anche una buona pausa per ricalibrare il ritmo creativo richiesto. Anche se il tempo è sempre tiranno e si è sempre di corsa!

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Bruno Munari

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
Da brava grafica, difendo la mia categoria, mi zittisco (ok, ogni tanto borbottando) e mi affido ai redattori. A ognuno il suo.

Qual è l’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Dato che il mio ruolo non prevede al 100% un’attenzione al testo, parlo di me come lettrice. Da quando impagino i libri non riesco più a comperare e leggere libri impaginati con vedove, orfane e righini sparsi. Per non parlare delle spaziature con track esagerati degli ebook. Orrore!
Rimettendomi il cappellino da grafica: se un libro ha una brutta copertina, lo lascio sullo scaffale. E un classico? Lo preferisco comperare su una bancarella di libri usati. Adoro le vecchie collane Rizzoli, Feltrinelli e Mondadori. Chi le ricorda le vecchie Silerchie del Saggiatore? Non erano magnifiche?

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Se si vuole il lavoro del grafico (editoriale e no) può essere considerato un lavoro per menti molto curiose che non si spegne mai e che può attingere da tutto il mondo visivo: arte, fotografia e cinema.
Non bisogna mai dare nulla per scontato, bisogna cercare di proporre visioni diverse sia per non lavorare passivamente su idee altrui, sia per rompere qualche schema che si pensa sempre perfetto e per creare qualcosa di nuovo.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Ammetto di non avere testi teorici precisi da suggerire, ma ci provo: Gli elementi dello stile tipografico di Robert Bringhurst, per regole redazionali e universali (forse è fuori catalogo, qualche editore che legge e che vorrebbe ristamparlo?); la bibliografia di Bruno Munari: per avere degli stimoli creativi e progettuali; la bibliografia di Riccardo Falcinelli: per leggere con piacere le basi del mondo grafico; La trilogia del limite di Suzy Lee, per imparare a rompere le regole.
Ma la cosa migliore, per me, è riempirmi di belle immagini e illustrazioni e girare per qualche fiera del settore o per le librerie. Sì, è importante capire quale stile funziona, cosa si vende, cosa propongono gli altri editori e contattare persone competenti. Quindi, potete trovarmi spesso in libreria, a sbirciare i crediti delle cover sulle alette dei libri, per poi riporre i libri in bella vista sugli scaffali… naturalmente quelli che ho fatto io!

Non essere capace di scrivere la verità

di Marco Malvestio

Ci sono due domande piuttosto diverse che si possono fare intorno alla scrittura, benché all’apparenza molto simili: perché scrivere? E perché io scrivo? E benché la prima domanda sia di portata talmente vasta da essere, evidentemente, priva di una risposta univoca, la speranza è che la risposta alla seconda domanda possa aiutare a capire qualcosa di più della prima.
Non serve ricordare quanto spiacevole sia scrivere, quanta fatica comporti e quale desolante assenza di risultati immediati. Sono cose che ha già detto bene Alfredo  Palomba in Scrittori presso se stessi, ma vale la pena ricordarle: si tratta di sedersi davanti a un PC o, più raramente, a un foglio bianco, e sistemare una frase per bene, poi girarla, poi rigirarla di nuovo, poi forse scriverne un’altra, e così via. Se mi preparo quello che devo scrivere, allora mi ritrovo a tentare disperatamente di infondere vita in un materiale altrimenti inerte; se invece non mi preparo e cerco di arabescare, eccomi perso nell’impresa di dare consistenza al frutto di successive, vertiginose approssimazioni.
Scrivere significa cercare di aggirare le centomila distrazioni che si annidano dentro di noi, dentro il nostro PC, nell’ambiente in cui viviamo. Significa mettersi a comporre qualcosa su cui è difficilissimo avere una visione d’insieme, il che moltiplica il timore di stare facendo tutto sbagliato; e meno si parla dell’ansia che viene quando non si lavora, meglio è. Soprattutto, poi, è un’attività che non paga: né economicamente, il che va senza dire, né in termini di prestigio sociale, vista la smaniosa vanità (in entrambi i sensi) di questa pratica.

Cionondimeno, la quantità di persone che scrivono, se non altro tra i miei conoscenti, è drammaticamente alta, quasi da emergenza sociale. E se anche il lamento usuale che ho snocciolato nel paragrafo precedente non fosse estendibile all’allegra brigata di scrittori che popola la mia filter bubble, valga almeno il mio caso: sì, scrivere è spiacevole, è faticoso, non serve a niente, ma lo faccio lo stesso. E lo faccio spesso (ma meno di quanto vorrei), e da molto tempo, benché io abbia solo ventisette anni.
Anche per le ragioni succitate, io non credo alla scrittura come ginnastica. Riconosco che ci sono persone che scrivono per gioco, per il gusto di provare una voce o una trama o uno stile o una soluzione metrica, e così via; semplicemente non è il mio caso, perché non rientra nell’orizzonte delle mie possibilità. Sarà perché io, di mio, sono una persona ansiosa. Questa ansia si manifesta anche nel mio rapporto con la lettura, che è poi lo specchio della scrittura, essendo io un lettore, come si dice, onnivoro, ma anche disgraziatamente bulimico: e dunque, benché io legga sostanzialmente perché mi piace leggere, come dicono le bio su Tumblr, perché mi piace disperatamente leggere ed è l’unica attività a cui non so davvero rinunciare, non riesco a pensare che questo piacere sia dissociabile dall’ansia di leggere tutto, di avere il controllo su tutto il leggibile, e così via. Leggere è divertente, ma non si può leggere solo per divertirsi: si legge per vivere.
Ecco, anche per questa ragione, ho sempre pensato che, per quanto si possa, praticamente, scrivere per divertirsi, per scrivere sul serio servano delle ossessioni: niente di terribile o di sublime, anche ossessioni piccolo borghesi, semplicemente dei temi o delle idee intorno ai quali si possano raccogliere delle forme – temi e idee, però, che ci siano vicini come i nostri visceri. La scrittura è forma, come sa chiunque abbia mai provato seriamente a comporre un testo in prosa o in versi; ma le forme non esistono da sole, senza uno scopo e senza una causa.

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Chi, come me, si appassiona di narrativa horror, di un genere letterario, cioè, eminentemente d’evasione, e che dunque a rigor di logica pertiene più alla ginnastica che all’ossessione, potrebbe tranquillamente rimproverarmi che si tratta di una presa di posizione un po’incoerente. Al contrario, questo tipo di distinzione è particolarmente visibile proprio in un genere che meno di altri è viziato da pretese di letterarietà: chi si legge Barker o certo King (Pet Sematary!), e fa il confronto invece con bestselleristica gustosa ma senz’anima come, non so, The Terror di Dan Simmons, o operazioni gelidamente intellettualistiche come il recente A Head Full of Ghosts di Paul Tremblay, capisce subito quanto proprio l’ossessione sia essenziale alla riuscita dell’opera, o meglio, alla sua capacità di squassare il lettore.
Io scrivo poesia e prosa, o meglio, poesia e narrativa; ho sempre fatto così, con diverse gradazioni di imperizia a seconda dell’età che avevo, e si è sempre trattato di due attività profondamente diverse. Chi legge i miei versi, per esempio il mio contributo al volume a tre Hula Apocalisse, può rendersi conto che la mia poesia prende una certa forma: la voce è alta e teatrale, la lingua in bilico tra una solennità ridicola e cadute improvvise nel prosaico, ci sono numerosi riferimenti mitici capovolti, un uso forsennato e parodico della metrica. Questa forma (questa mia lingua poetica, mi verrebbe da dire) non è frutto di un esercizio, ma si è sviluppata per dire qualcosa di molto preciso: la sensazione costante che provo di non essere capace di dire la verità, l’idea che ogni cosa che dico possa moltiplicarsi in un discorso equivalente, uguale e contrario. Per esprimere questo pensiero, era necessario creare una forma in grado di veicolarlo; ma questa forma, senza quel particolare contenuto, è vuota e incapace di riferire altro.

Non sono soluzioni applicabili alla prosa, benché la mia prosa sia animata dalla stessa identica preoccupazione: e infatti, quando scrivo narrativa, i problemi sono altri – molto banalmente, costruire una voce narrante credibile, dei personaggi in grado di dialogare, delle situazioni narrative e una trama coerente e pregna di significato. Ma ovviamente qui siamo ancora, entro certi limiti, al livello del contenuto, dell’impalcatura – dell’inventio e della dispositio: cose importantissime, perché un romanzo non è fatto solo di bella prosa, come troppi narratori italiani vorrebbero farci credere, ma la prosa serve a dare sostanza e credibilità al resto – e viceversa. E dunque, se i riferimenti lirici e il monologo da melodramma che animano la mia poesia sarebbero fuori luogo in narrativa, ci sono comunque espedienti formali che adotto per esprimere le stesse angosce che mi motivano a scrivere (l’ansia, in un certo senso, di non riuscire a essere diversi da come si è): un uso massiccio di incisi e parentetiche, una subordinazione artefatta, un tono in bilico tra l’alto e il basso, e così via.
Anche in questo caso, si tratta di uno stile che non sarebbe adatto a ogni contenuto; se volessi scrivere un romanzo gotico o una saga familiare dovrei calibrare le mie parole in tutt’altra maniera. Ma, ancora, dovrei trovare un’ossessione intorno alla quale le forme del romanzo gotico e della saga familiare possano avere significato. Il mestiere dello scrittore sta in questo, credo: non nella scrittura a comando, ma nel riuscire a informare delle strutture, con buona approssimazione, universali, di un contenuto personalissimo. E questa intersezione è anche (e lo dico senza disprezzo per la critica, e da persona che, in questo particolare momento della sua vita, e forse non per molto tempo ancora, è pagata per fare della critica letteraria) il nucleo oscuro della scrittura, da cui questa si propaga, ma che rimane irraggiungibile per il critico.

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E dunque, in altre parole – perché scrivo, perché scrivere? Per dire qualcosa che non può essere detto diversamente. Che non si scriva per esprimere se stessi è un luogo comune, non del tutto errato, che tende a essere ribadito con grande frequenza e ostinazione dagli insegnanti di scrittura creativa e più in generale da chi viene subissato dalle richieste dei dilettanti di leggere testi diaristici e privi di elaborazione. Allo stesso tempo, è un’imprecisione. È vero che noi non scriviamo per dire qualcosa, per comunicare un semplice contenuto: se sto male e voglio sfogarmi o farlo sapere, non serve scrivere un racconto, basta dire che sto male. Soprattutto, un racconto scritto semplicemente per dire “sto male” difficilmente potrà essere utile al prossimo. Tuttavia è vero che noi scriviamo perché abbiamo qualcosa da condividere, perché crediamo che qualcosa che sta dentro di noi possa manifestarsi fuori di noi in maniera da essere condiviso dagli altri. L’atto stesso di scrivere non è che un tentativo di creare uno spazio (testuale) in cui quello che desideriamo dire possa dirsi veramente, possa accadere in eterno e senza di noi.

APNEA laboratorio di editing: ecco il programma della 3ª edizione, iscrizioni aperte!

COS’È APNEA

Apnea è un corso di formazione per lettori unico nel suo genere: una scuola di lettura tecnica e critica di lungo periodo, che fornisce gli strumenti per trasformare la passione di leggere in una competenza.

Apnea laboratorio di editing forma lettori forti. Per diventare un lettore forte non conta quanti sono i libri che leggi, ma quanto vale la tua capacità di leggerli: proprio come per la scrittura questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona. Se vuoi specializzare il tuo occhio di lettore, se lavori in editoria, se vorresti fare il redattore, il giornalista culturale, l’editor, il critico o se hai semplicemente una passione per le storie: Apnea ti dà gli strumenti per leggere professionalmente.

Un laboratorio di editing lungo 8 mesi è a tutti gli effetti un apprendistato. La classe di allievi-editor lavorerà a uno o due romanzi inediti (a seconda di quanti ne verranno selezionati) seguendo passo-passo il lavoro che Francesca de Lena compie su ogni manoscritto che riceve. Si comincia con le prime impressioni e la scelta della direzione da dare al lavoro sul testo e si finisce con il line editing: il perfezionamento frase per frase. Nel mezzo: lezioni su tutti gli elementi della narrazione (temi, visione, personaggi e conflitti, trama e montaggio, forma e stile), esercizi pratici, prove di editing, lezioni di ospiti esterni, incontri con gli autori dei romanzi.

L’apnea è quel periodo di tempo in cui si rimane sott’acqua a guardarsi attorno e capire cosa si ha per le mani, prima di risalire in superficie. È un lavoro di maieutica, osservazione e manipolazione, che si pone l’obiettivo di scegliere tutti i “cosa” e i “come” di cui una storia ha bisogno.

COME FUNZIONA IL LABORATORIO

Gli incontri in classe saranno 22: 13 lezioni di editing + 5 lezioni con ospiti speciali + 4 discussioni con gli autori dei manoscritti selezionati. Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 44 ore di laboratorio.
Le lezioni saranno suddivise in blocchi e alla fine di ogni blocco ci sarà una sezione di editing: gli allievi-editor dovranno consegnare in tutto 5 giri di lavoro sul testo. Tutto si svolgerà in una classe online, perché la buona scrittura e il buon editing non possono farsi fermare dalla geografia.

Saranno forniti gli strumenti per imparare ad argomentare (scritto e orale) le proprie analisi sui testi, per esercitarsi a pensare e scrivere le valutazioni, per scomporre i romanzi e svelarne i meccanismi narrativi (personaggi, conflitti, obiettivi) e formali (struttura, montaggio, stile), per porre domande, proporre soluzioni, e per guardare alle storie scritte dagli altri con rispetto e determinazione (sì, anche questo s’impara). S’imparerà a farsi avanti, consigliare, cancellare, appuntare, sostituire, annotare ai margini. Appassionarsi.

Gli autori che sottoporranno i loro manoscritti ad Apnea si confronteranno con la classe e ri-scriveranno di volta in volta in accordo con i consigli degli allievi editor ed entro le date stabilite di nuova consegna. Gli autori selezionati per il progetto saranno annunciati entro il 31 agosto.

CALENDARIO DELLE LEZIONI

gli incontri di APNEA sono il giovedì dalle 20:00 alle 22:00 da ottobre 2018 a maggio 2019

25 OTTOBRE lezione: cosa bisogna capire dalla lettura delle prime 20 pagine di un testo

1° NOVEMBRE pausa per leggere i romanzi integrali
8 NOVEMBRE pausa per leggere i romanzi integrali

15 NOVEMBRE lezione: prima di cominciare, la riunione per scegliere la direzione da dare all’editing

22 NOVEMBRE lezione: riconoscere, tirare fuori e sviluppare i temi di un romanzo

29 NOVEMBRE lezione: riconoscere la parte più importante: l’idea di controllo e la visione di un romanzo

6 DICEMBRE lezione ospite: Giulia Belloni Peressutti, editor, su: come leggere un inedito e riconoscere una promessa di romanzo

13 DICEMBRE pausa lezione: gli allievi editor consegnano il 1° editing

20 DICEMBRE lezione: discussione con gli autori

27 DICEMBRE pausa natalizia
3 GENNAIO pausa natalizia

10 GENNAIO lezione: la costruzione dei personaggi: caratteri, conflitti, obiettivi

17 GENNAIO lezione: la costruzione delle relazioni e dei conflitti esterni

24 GENNAIO lezione ospite: Valentina Balzarotti, agente letteraria, su: riconoscere il personaggio letterario con appeal editoriale

31 GENNAIO pausa lezione: gli allievi editor consegnano il 2° editing

7 FEBBRAIO lezione: discussione con gli autori

14 FEBBRAIO lezione: la composizione della trama, dall’incidente scatenante alla crisi

21 FEBBRAIO lezione: la composizione della trama, dal climax alla chiusura del sipario

28 FEBBRAIO lezione ospite: Luca Briasco, editor e agente letterario, su: costruire il disegno della storia e tenere viva l’attenzione del lettore

7 MARZO lezione: il montaggio e la struttura

14 MARZO pausa lezione: gli allievi editor consegnano il 3° editing
21 MARZO lezione: discussione con gli autori

28 MARZO lezione: che cosa s’intende per “forma” in letteratura

4 APRILE lezione ospite: Matteo Marchesini, critico letterario, su: riconoscere una forma letteraria nell’uso contemporaneo

11 APRILE lezione: che cosa s’intende per “stile” e “voce d’autore”

18 APRILE lezione ospite: Alessandro Gazoia, editor, su: riconoscere uno stile e una voce d’autore

25 APRILE pausa festa della Liberazione

2 MAGGIO lezione: esempi ed esercizi di line editing

9 MAGGIO pausa lezione: gli allievi editor consegnano la 1° prova di line editing

16 MAGGIO lezione: esempi ed esercizi di line editing

23 MAGGIO pausa lezione: gli allievi editor consegnano la 2° prova di line editing

30 MAGGIO lezione: discussione con gli autori

CHI CONDUCE IL LABORATORIO

Francesca de Lena: agente letteraria, editor indipendente, scout, lettrice professionista.
Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Legge manoscritti per la The Italian Literary Agency. Ha fondato e dirige l’agenzia editoriale e blog letterario I libri degli altri. Conduce laboratori e corsi di scrittura e editing on line e dal vivo a Napoli, Roma, Formia. È giurata al Premio Brancati.

CHI SONO GLI INSEGNANTI OSPITI

Giulia Belloni Peressutti: scrittrice, editor, ufficio stampa e comunicazione.
Diplomata al Master Holden in Tecniche della narrazione, dirige e lancia la collana Gli Intemperanti per Meridiano zero, la collana I Cosmetici per Sartorio, e la collana Gli Iconoclasti per Alet. Insegna scrittura creativa al Mi-Master di Milano, alla scuola Palomar di Rovigo, alla scuola Virginia Woolf e al Talent Gate di Padova, dove cura un progetto pilota di potenziamento artistico dei bambini prodigio. Giurata del premio Campiello Giovani da dieci anni. Editor e ufficio stampa e comunicazione per l’editore Kite. Pubblica i suoi libri illustrati in Italia, Francia, Corea e Canada. È consulente come libera professionista di scrittori, agenti letterari, editori, imprenditori e politici.

Valentina Balzarotti: agente letteraria e scout.
Milanese. Scuola tedesca, liceo classico, laurea in Lettere Moderne, borsista presso l’Istituto di Storia del Risorgimento alla Università Statale di Milano. Poi nelle case editrici Sperling & Kupfer e Frassinelli come editor responsabile degli autori italiani. Dal 2000 alla Agenzia Letteraria Internazionale, ALI, come responsabile di moltissimi scrittori italiani e di molti classici italiani del Novecento, nonché scout per la ricerca di nuovi talenti e responsabile del servizio di valutazione. Dal 2015 ricopre gli stessi ruoli a The Italian Literary Agency, TILA, agenzia nata in seguito alla fusione avvenuta nel 2015 tra l’Agenzia Letteraria Internazionale, Luigi Bernabò Associates e la Marco Vigevani & Associati.

Luca Briasco: editor, agente letterario, traduttore e americanista.
Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Editor di narrativa straniera per minimum fax, è stato editor di narrativa straniera per Fanucci ed Einaudi Stile libero. Ha scritto diversi saggi sulla letteratura degli Stati Uniti, con particolare attenzione al romanzo contemporaneo. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Collabora da più di dieci anni alle pagine culturali del Manifesto. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016.

Matteo Marchesini: poeta, narratore, saggista e critico letterario.
Ha pubblicato le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010), il romanzo Atti mancati (Voland 2013, entrato nella dozzina dello Strega), la raccolta critica Da Pascoli a Busi (Quodlibet 2014), le poesie di Cronaca senza storia (Elliot 2016) e i racconti di False coscienze. Tre parabole degli anni zero (Bompiani 2017). Collabora con Il Foglio, il Sole24Ore, Radio Radicale e il sito Doppiozero.

Alessandro Gazoia: scrittore ed editor.
Per minimum fax ha pubblicato i saggi Come finisce il libro (2014) e Senza filtro (2016); con Christian Raimo ha curato l’antologia L’età della febbre (2015). Nel 2018 ha pubblicato con il Saggiatore Giusto terrore. È editor di narrativa e saggistica per minimum fax.

COSTI E ISCRIZIONI

Apnea costa 990,00 euro da dividere in tre tranche: 330,00 al momento dell’iscrizione; 330,00 a gennaio e 330,00 ad aprile.
Le iscrizioni chiudono il 15 ottobre.
Per chi si iscrive entro il 31 luglio è previsto uno sconto-promozione di 100,00 euro.

INFO

francescadelena@gmail.com

 

 

 

LE SCORSE EDIZIONI

APNEA 2017

APNEA 2017 – 2018

DICONO GLI ALLIEVI EDITOR

Parlare tanto e tornare a casa stanchissima: l’editing secondo Nadia Terranova

Quando è avvenuto il tuo primo incontro con l’editing? Come l’hai vissuto? Si è modificato nel tempo? Com’è stata la prima volta e com’è oggi?

Questa intervista accade in un momento molto particolare, perché in questo momento io sto lavorando all’editing del mio secondo romanzo “per adulti”, che non ha ancora un titolo e che uscirà a ottobre per Einaudi Stile Libero, come il primo, “Gli anni al contrario”, che è uscito a gennaio del 2015 nell’edizione originale e poi nei tascabili nel settembre 2016, senza modifiche. È interessante che questa intervista mi capiti adesso perché l’editing che sto facendo, sempre con la stessa editor, Rosella Postorino, mi sta richiamando alla mente il lavoro fatto sul primo libro ed è di quello che ti vorrei parlare (anche se inevitabilmente ci sono dei tratti comuni).

Dunque, la prima caratteristica della mia scrittura è l’essenzialità, che in qualche caso può diventare ellissi o eccessiva asciuttezza. Per questa ragione non credo di aver mai sentito Rosella pronunciare la frase “questo va tagliato”, le famose forbici dell’editor con me non sono mai apparse. Al contrario il suo lavoro è sempre mirato a farmi delle domande che facciano sorgere in me il desiderio di aggiungere, di dire di più, di spiegare meglio. Inizialmente ho dovuto vincere la paura di perdere poeticità, ma ogni volta alla fine mi dico che era una paura stupida, perché il libro non deve essere un rompicapo per il lettore e un conto è non spiegargli tutto e non trattarlo come un cretino, e un altro è richiedergli uno sforzo eccessivo, inutile.

Il lavoro di Rosella è magico, riesce a insinuarsi esattamente in quella via di mezzo: quando ci vediamo dopo la prima lettura lei è entrata perfettamente nel romanzo, nei grandi movimenti della trama e mi indica dove ha sentito che mancava qualcosa, o dove qualcosa era accaduto troppo in fretta. Io ascolto, ascolto, ascolto e prendo appunti, poi torno a casa, ci penso su, ci dormo su, e rimetto mano al testo. Non credo di essere mai stata traumatizzata dall’editing, si è sempre svolto in modo corroborante per la mia scrittura, forse giusto all’inizio, le primissime pagine degli “Anni al contrario” erano tutte segnate di rosso, ma non erano correzioni, erano punti interrogativi: io ero un’esordiente e lei voleva capire quanta consapevolezza avessi della lingua che usavo. Per questo motivo in quell’occasione, che era anche il nostro primo approccio, le ho risposto per iscritto, con un lungo file dettagliato in cui difendevo le mie scelte una a una, naturalmente quelle che non ero convinta di cambiare. Poi questo lavoro è stato fatto sempre a voce, che io ricordi: ormai la fiducia era arrivata, e il primo scoglio superato.

L’editor è uno sguardo “da dentro” su un pacco di pagine in cui sei completamente messo a nudo, che ha una sua forza e completezza ma che non è ancora un libro. Io mi sento sollevata quando finisco la mia prima stesura, ma so anche che allora comincia il lavoro, nulla è finito ma tutto è da iniziare. Per esempio nella prima versione degli “Anni al contrario” i personaggi femminili erano più imbozzoliti, non venivano fuori con lo stesso nitore di cui hanno goduto dopo. E poi è stata Rosella a suggerirmi di ampliare una scena in cui Mara, la bambina, vivesse una situazione autonoma, finalmente senza né padre né madre, durante la vacanza a Pantelleria, nell’ultima parte. Era di poche righe, è diventata di qualche pagina: l’ho ascoltata, e ho messo mano al testo a modo mio, come è giusto che sia.

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Che tipo di editing hai ricevuto: lavoro sulla trama? sulla struttura? sulla forma?Puoi farci degli esempi concreti?

Le indicazioni ricevute riguardavano sempre i personaggi e come ho già detto non erano mai imperative, ma sempre a forma di punto di domanda, lasciavano a me lo spazio della risposta. Io credo che un editor sia una persona che ti fa le domande giuste. “Come mai Giovanni non vive mai una scena madre, politicamente parlando? Sei sicura di non volerlo mai protagonista?” è stata una domanda chiave. Nel libro mancava, e manca, qualcosa che possa connotare il protagonista come un eroe politico. Me ne sono accorta proprio da questa domanda, e la risposta non è stata mettere una toppa ma fare di questa assenza la chiave del libro: Giovanni non è un eroe, ma un antieroe. Le sue sconfitte avvengono per sottrazione.

Se credi, quanto credi che l’editing cambi il potenziale del tuo romanzo e in generale della tua qualità di scrittura e della tua voce autoriale?

Lo stile non viene intaccato ma solo potenziato. “Gli anni al contrario” aveva una voce asciutta, al servizio della storia, e tale è rimasta. Al limite c’è stata qualche indicazione di ariosità qua e là che ha solo migliorato il testo: i famosi “puoi dire di più…” di cui parlavo prima. In questo nuovo romanzo la lingua è completamente diversa e ancora una volta non c’è una pressione di nessun tipo in quel senso, anzi: un grande ascolto e rispetto, e il lavoro viene fatto insieme per portare le scelte autoriali al massimo potenziale, anche se sono più poetiche e criptiche. L’editing può limare qualche sbavatura e mettere un semaforo rosso su qualche espressione frusta, quindi può far evitare qualche caduta, che sia benedetto! Mi viene da ridere quando leggo che secondo alcuni l’editing appiattirebbe: stiamo scherzando? Un editor lavora per farti portare da solo il tuo stile alle vette migliori che puoi raggiungere, mica riscrive per te.

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Come funziona il lavoro di editing su un tuo romanzo? C’è una prima fase in cui lavori da sola a una nuova versione? Il tuo editor quando entra in scena? Come vi organizzate praticamente?

Scrivo tutto da sola, poi consegno una prima versione e su quella lavoriamo. In qualche caso può essere utile un parziale per avere un riscontro, dipende da quanto ci si vuole sentire scoperti e di quanto si ha bisogno di uno sguardo esterno. Con “Gli anni al contrario” abbiamo lavorato da subito sull’intero libro, stavolta io qualche mese fa ho chiesto una lettura parziale perché serviva a me. Poi c’è un incontro in cui parliamo, parliamo molto. Si procede per grandi domande, per profilo dei personaggi, per scene madri e scene mancanti. Io prendo appunti e interagisco, è una conversazione molto proficua, tanto che la sera torno a casa stanchissima, più che se avessi scritto tutto il giorno. Ovviamente ricevo anche un dattiloscritto annotato, ma di solito sono piccole cose, le più importanti ce le siamo dette. Si va avanti così finché il risultato non è soddisfacente, quindi un paio di giri. Poi si procede con la lettura ad alta voce e le bozze.

Qual è e dov’è, per te che lo ricevi, il limite dell’editing?

Posso dire la verità? Non ce n’è nessuno. Nessun romanzo esiste senza che lo sguardo di un professionista ti costringa a guardare dentro alle tue scelte fino in fondo, per difenderle o modificarle. Alla fine il risultato è come quello del corpo dopo una notte d’amore: stanco, leggermente cambiato, attraversato nel profondo, ma soddisfatto e incredibilmente più tuo. Ti somiglia e ti piace più della sera prima, e nessuno ti vede diversa, solo impercettibilmente più completa.

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Gli Editoriali. Stefania Cantelmo (Tullio Pironti Editore)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Stefania Cantelmo è nata ad Avellino e vive e lavora a Napoli. Dal 2008 lavora per la Tullio Pironti Editore.

Come hai iniziato e perché?
Ho iniziato per fame, credo. Fame d’aria e di storie.
Sono nata e cresciuta in un piccolo paese della provincia di Avellino, in cui non c’erano istituti superiori, men che mai librerie, cinema o teatri. Ho imparato a scrivere che ero piccolissima, grazie a mia madre e alla sua amorevole pazienza. La passione per la lettura mi è stata trasmessa – per via genetica, amo dire – dalla minore delle sue sorelle. Il resto lo hanno fatto un’innegabile fortuna, una caparbia tenacia, e dei grandi, grandissimi maestri, di vita prima ancora che di studi: è grazie a molti di loro – illuminati insegnanti, per lo più – che avrei scoperto che, leggendo, la fame d’aria si placava. Ma quella di storie restava.
Frequentavo ancora la facoltà di Lettere quando mi sono iscritta, più per curiosità e capriccio che non con un reale obiettivo, a un corso di formazione editoriale promosso dall’agenzia letteraria Herzog. Sei incontri o poco più, in cui venivano fornite indicazioni di massima sul mondo editoriale e dati i primi rudimenti attraverso esperti del settore invitati a lezione. Ebbene, in quelle – poche, a dirla tutta – ore mi si è aperto un mondo: ho cominciato a comprare e divorare testi e manuali della Editrice Bibliografica, e a studiare, autodidatta bulimica, le lezioni prima ancora che i docenti venissero a istruirci. A corso finito venni selezionata per uno stage presso una delle case editrici partner dell’agenzia: la Tullio Pironti Editore.

Come e quando sei arrivata alla Pironti?
Lunedì 7 gennaio 2008, lo ricordo ancora.
Piazza Dante, con i Decumani alle spalle e l’odore del mare che certi giorni arriva fino alla statua del Sommo; librerie senza soluzione di continuità, dagli scalini di Port’Alba al Convitto Nazionale, e al centro – civico 37 – la bottega del più “corsaro” fra gli editori della città: Tullio Pironti.
Conservo una fotografia vivida di quel giorno. Eravamo state selezionate in quattro per un periodo di tirocinio in redazione, e fin da subito venimmo messe in guardia: attenzione, ché l’editore aveva sì purezza adamantina, ma carattere difficile. Ed era alla ricerca di una segretaria, che smistasse posta e telefonate e rimettesse un po’ in ordine rassegna stampa e agenda. Perché questo è un mestiere in cui non sempre basta avere passione, tenacia, versatilità e voglia di fare: talvolta serve anche un colpo di coda della dea bendata, ovvero, banalmente, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e a me è così che è andata.
Ho avuto il privilegio di imparare “sul campo” il mestiere grazie a professionisti del settore – su tutti, il professore Armando Maglione, allora editor della casa editrice – a cui devo tantissimo. Fu Maglione a credere in me e ad affidarmi le prime bozze della mia vita, istruendomi su lanci, assegnazione codici ISBN, collazione, preparazione brochure e materiale promozionale, concedendomi poco alla volta spazio per comunicati stampa e organizzazione eventi. L’editing è arrivato gradualmente, e posso dire di aver fatto la gavetta, affiancata da uomini e donne straordinari – in primis Tullio.

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Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Quella di Pironti è una piccola realtà editoriale e, come in tutte le piccole realtà, impari fin da subito a fare un po’ di tutto: valutazione manoscritti, schede promozione, redazione di quarta e bandelle, allestimento folder e copertinari, marketing – analitico, strategico e operativo – programmazione e uscite, contratti e ufficio stampa, rapporti con grafici, tipografie e distribuzione; e poi, ovviamente, editing, correzione bozze, controllo cianografiche, iscrizione dei titoli in anagrafica e ai piani di lancio, promozione e organizzazione eventi; ma anche fatture e recupero crediti, per intenderci.
Oggi gestisco la segreteria di redazione e lavoro ai “libri degli altri”, rapportandomi con autori, traduttori, agenzie letterarie e case editrici estere interessate all’acquisto dei nostri titoli in catalogo; affianco quindi l’ufficio stampa per presentazioni, eventi e fiere. Per onestà intellettuale devo precisare che non sono io a occuparmi della selezione dei manoscritti, per quanto il quotidiano dialogo con editore e direttore editoriale resti una parte fondamentale del mio lavoro.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Ecco, se dovessi rintracciare un aspetto davvero problematico di questo lavoro, anche prescindendo dagli ambiti di pertinenza, giacché si tratta sempre – e mi piace ricordarlo in questa sede – di un lavoro di squadra, sarebbe da individuarsi nei tempi da “macchina da guerra” imposti dalla produzione, che spesso non sono commisurati alla mole effettiva di lavoro o non contemplano tutte le variabili in gioco. Non ho difficoltà ad ammettere che certe volte mi sento un po’ il tenace soldatino di stagno della favola di Andersen, perennemente sull’attenti, a fronte delle tante difficoltà, logistiche e non, collegate alle uscite, sballottata tra un testo in chiusura e un altro da avviare, col calendario delle uscite che campeggia, totemico suo malgrado, sulla parete di fronte alla mia postazione.
Quindi, in soldoni, un flusso notevole, se si pensa alla minuta redazione e ai ritmi serratissimi.
Quanto ai programmi, sono old school: giacché non mi occupo di impaginazione – e che sia benedetto subito il nostro compositore, Gianni Pipola – lavoro in prima battuta su cartaceo, con appunti a margine per l’autore; quindi, una volta consegnata la stesura definitiva, su file, in uno scambio ininterrotto di mail e revisioni, per arrivare a un’edizione “finita” – si fa per dire! – che poi verrà impaginata da chi di competenza.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Be’, innanzitutto quella che con alcuni colleghi abbiamo bonariamente ribattezzato “la Bibbia”: Il nuovo manuale di stile, edizione 2.0 a cura di Roberto Lesina che, come recita il sottotitolo, è una Guida alla redazione di documenti, relazioni, articoli, manuali, tesi di laurea, imprescindibile vademecum di consultazione per un qualsivoglia redattore. Per dovere di cronaca andrebbero ricordati anche gli altri manuali della Zanichelli, ma mi fermo a questo, segnalandoti che tengo sempre sottomano dizionari di italiano, latino, greco, inglese, francese, tedesco, dei sinonimi e contrari, di mitologia e dell’antichità classica, sugli usi della lingua italiana, accanto a una vecchia copia, oggi pressoché introvabile, di un vocabolario italiano-napoletano pubblicato proprio dalla Tullio Pironti diversi lustri fa.
Va da sé, per il resto, che “mamma Rete” e i diversi motori di ricerca restino il primo appiglio di occhi e dita avide, per quanto andrebbe raccomandato, come si scrive sui bugiardini, di “usare con la massima cautela”, salvo indesiderati “effetti collaterali”, quali la possibilità di imbattersi in pagine e/o articoli redatti con informazioni fasulle, ingannevoli o distorte.
Infine – last but non least– cerco di tenermi aggiornata con inserti culturali, riviste di settore, seguendo classifiche di vendita, scuole di scrittura e blog letterari, che sono un po’ la cartina al tornasole per capire come si muove il mercato e come di rimando gli agenti del campo, e partecipando, nei limiti del possibile, a fiere e manifestazioni letterarie in maniera da tenere il polso della situazione e fiutare l’aria che tira.

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foto di patrick tomasso

Qual è il libro Pironti sul quale hai lavorato con più piacere?
Senza ombra di dubbio Malacqua di Nicola Pugliese.
La storia editoriale di Malacquaè abbastanza nota: nel 1976 Nicola Pugliese pubblicò per Einaudi – collana Supercoralli – quello che è rimasto il suo unico romanzo, dopo il parere entusiasta di Calvino e a seguito di una vicenda editoriale che coinvolse Giulio Einaudi in persona. Calvino gli aveva caldamente suggerito di modificare il primo capitolo. La risposta di Pugliese fu perentoria: «O si pubblica così o me lo rimandate indietro». Fu allora che intervenne Einaudi: «Si pubblichi». Il titolo andò presto esaurito, ma per ragioni mai del tutto chiarite non venne più ristampato.
Tullio Pironti corteggiava da tempo Pugliese, sollecitando la ristampa. I due erano amici di lunga data, e Pironti si era più volte recato personalmente ad Avella, il comune dell’avellinese dove viveva Pugliese, sperando di strappargli una firma per il contratto. Niente da fare.
Quando nel 2012 venimmo contattati da Alessandra, figlia di Nicola, perché Malacqua tornasse in libreria per le edizioni Pironti, nemmeno ci credevamo. Il resto sono stati pomeriggi meravigliosi nel salotto di casa sua a sfogliare articoli e riviste, serate a valutare proposte di copertina, la gioia di aver trovato infine l’immagine “giusta” – il meraviglioso scatto di Sergio Siano che oggi è in prima – la commozione di pagine inedite – piccoli tesori custoditi in casa Pugliese – e la trepidante “attesa” – la stessa del sottotitolo – che ha accompagnato l’uscita. Il resto sono le traduzioni che stanno facendo circolare in Europa questo «piccolo capolavoro del secondo Novecento italiano», come pure è stato a ben diritto definito il romanzo: accolto con favore in Inghilterra – con un tam tam che ha portato finanche a un articolo sul «Financial Times» – uscirà in autunno in Francia, a seguire in Romania e Grecia, mentre siamo in trattativa con Spagna e Portogallo per i diritti di traduzione.

Qual è il libro non Pironti sul quale avresti voluto lavorare?
Che domanda difficile… La aggiro e vado di politically correct, dicendo che mi sarebbe piaciuto far parte della redazione di Pironti negli “anni d’oro”, quando le telefonate con Grazia Cherchi e Fernanda Pivano erano all’ordine del giorno, quando si davano alle stampe l’indimenticato Camorrista di Joe Marrazzo o i libri-reportage di David Yallop, John Cornwell, Philip Willan, Leopold Ledl e Richard Hammer; quando Tullio, folle come pochi, volava nel Cairo “segreto” di Naghib Mahfuz e lo seguiva nelle caffetterie della capitale con l’intento di convincerlo a cedergli i diritti dei suoi titoli per l’Italia. O quando ancora, all’indomani della strage di Capaci, senza pensarci troppo su, prese il primo volo diretto a Palermo per andare a conoscere Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente di scorta di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Da quell’incontro nacque poi Vi perdono, ma inginocchiatevi, scritto a quattro mani con Felice Cavallaro.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Al netto delle tante incombenze quotidiane, che sovente si traducono in vere e proprie sfide e corse contro il tempo, la cosa che maggiormente amo fare è – e resta – dialogare con gli autori. Quando sei lì su quel crinale – pericolosissimo ed entusiasmante a un tempo – in cui ti consegnano il proprio lavoro – a cui spessissimo hanno dedicato anni, talvolta una vita intera, arrivando ad apporvi la parola “fine” – e sai che sta per iniziare un’esplorazione reciproca. Timida. Poi sempre più profonda.
Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare con giornalisti e scrittori importanti, che mi hanno regalato e insegnato cose che nemmeno immaginano, e che sarebbe complicato, oltre che riduttivo, provare a raccontare ora. Non c’è stato un autore che non mi abbia lasciato, suo malgrado – magari in maniera inconsapevole – qualcosa. Spesso sono state notti insonni per una consegna, discussioni infinite, lungo un cavo o tramite corrispondenza, per un capoverso che non funzionava o un avverbio di troppo, ore e ore di riflessioni e considerazioni su una virgola da eliminare. Stando attenti, al contempo, però – regola aurea – a essere sempre quanto più possibile “invisibili”.

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foto di priscilla du preez

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Credo che uno dei pregi di questo lavoro consista proprio nel fatto che non ci si annoia mai: ogni testo è una storia, e ogni storia è un mondo; ragion per cui hai la possibilità quotidiana di confrontarti con un “altro da te” che in qualche modo ha qualcosa di te da raccontare.
Dovendo scegliere, potrei dirti che non mi sento affatto portata per tutto quello che ha a che vedere con il marketing aziendale – non sempre condivido le scelte politiche e/o commerciali della casa editrice, ma credo che anche questo faccia parte del gioco – e che i “grandi eventi” continuano a mettermi ansia: penso, solo per fare un esempio, alla festa per gli 80 anni di Pironti, lo scorso giugno, la cui macchina organizzativa ci ha fatto penare non poco. Ma, nonostante le famigerate sette camicie sudate e un’infinita stanchezza, resta oggi la gioia per un evento messo in piedi con tanto cuore.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
No, direi di no; e comunque, se anche ce l’avessi, probabilmente non te la direi.

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Non ce n’è uno in particolare, a dirla tutta. Con gli anni impari a fare pace con una serie di cose che in gioventù – “ah, signora mia…” – avresti mal tollerato. La chiamano “esperienza”. Non so se sia proprio così: resta indubbio, tuttavia, il dato per cui, testo dopo testo, cresci con le storie che si pubblicano, imparando a rispettare sempre più la passione e la fatica di chi ti è di fronte, che sia un grande nome o un esordiente alle prime armi, e a familiarizzare con debolezze e ingenuità.
Se dovessi segnalarti comunque una “leggerezza” che ancora sono restia a mandar giù, è la sciatteria. Non parlo solo – o soltanto – della proposta in sé – tacito che è buona norma inviare un file che sia quanto più possibile mondato da sviste grossolane o errori marchiani – ma proprio della lettera di presentazione. Prescindendo per un momento dagli invii a tappeto a chicchessia, spesso senza nemmeno l’accortezza di un Ccn – copia conoscenza nascosta – capita ancora di trovarsi di fronte a mail di accompagnamento sciamannate, abborracciate, quando non sgrammaticate; roba che ti vien voglia di cestinare di primo acchito – per la cronaca: non lo faccio mai, archivio certosinamente ogni singola proposta.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Sono almeno tre: essere curiosi, credere nella maieutica e saper divenire invisibile.
La curiosità, innanzitutto. Continuare ad aver voglia di conoscere, imparare, scoprire e mettersi in gioco. Sempre. Ampliando costantemente i propri orizzonti e limiti. A braccetto con l’autore. Dimenticarsi dei propri occhi e guardare alle storie con quelli di chi si ha di fronte, provando a farsi voce nella voce – meglio, voce della voce. Da questo punto di vista credo che mi abbia agevolato moltissimo l’aver studiato per anni la Lis – Lingua dei Segni Italiana – che sfrutta il canale visivo-gestuale per attivarsi, e in cui le componenti non manuali – le espressioni facciali, la direzione dello sguardo, il movimento della testa e delle spalle, l’inclinazione del busto – sono fondative della sua grammatica: un pensare ed esprimersi per immagini che mi ha aiutato in tralice anche nel lavoro quotidiano sui testi, portandomi a tracciare associazioni nuove, talora autarchiche, ma sempre intense e originali.
Inoltre – e vengo al secondo punto – farsi μαῖαsenza essere madre, assistendo l’autore nel difficile travaglio che lo porterà alla stesura definitiva, a quel visto si stampiche spesso è benedizione e condanna, determinando la sacrosanta ricerca autoriale in maniera il più possibile autonoma, tutt’al più orientandola nella direzione della naturale inclinazione del proprio stile.
Va da sé la terza caratteristica: un bravo editor, così come – e torna per me il parallelismo – un buon interprete di lingua segnata, deve saper diventare invisibile: ovvero per nessun motivo se ne dovrebbe riconoscere il lavoro, la “mano” – così come per nessun motivo si dovrebbe ricordare il volto di un interprete anziché la sua prestazione, tanto su un palco che durante una trattativa.

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foto di craig whitehead

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Sono tanti e diversi i manuali – di scrittura creativa, sui generi letterari, le strutture narrative, i dialoghi, le tecniche – su cui mi sono formata, negli anni, e altrettanti quelli che continuo a frequentare ed acquistare: per dire, i prossimi a finire sulla mia scrivania saranno, con ogni probabilità, quelli consigliati da Matilde Quarti qualche settimana fa su «Panorama» e segnalati in una delle vostre ultime newsletter  – sì, vi seguo!
Credo nell’importanza della formazione continua, tanto attraverso la manualistica che il confronto quotidiano con gli autori. Resta tacito per me che questo lavoro non è una scienza esatta e la “patente” – a torto o a ragione – non te la dà nessuno. Ogni testo è – e sarà, probabilmente – perfettibile di ulteriori migliorie, anche dopo la messa in stampa. Ma resta che serve passione. Passione, dedizione e costanza. La stessa che ti porta a seguire quasi ossessivamente una storia dal momento in cui arriva in casa editrice fino a quello in cui finisce a scaffale in libreria, e anche dopo, volendo, seguendone la crescita e lasciando che vada in giro per il mondo con le proprie gambe. Vedi, non so cosa significhi avere la SLA, ma so che certe volte mi è mancato il fiato lavorando con Antonio Tessitore; ho scoperto che l’architettura è un mondo meraviglioso e riscoperto la mia città grazie ai lavori e alla penna di Davide Vargas; e ancora potrei continuare… Perché credo che sia questo, in fondo, il segreto: non dimenticare che siamo – e restiamo – innanzitutto lettori, sempre.
Ergo, ti lascio con un passo tratto dal romanzo che sto leggendo in queste settimane, consiglio di un’amica e regalo di un’altra, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood: «Ciò che mi ci vuole è la prospettiva, l’illusione di profondità, creata da una cornice, una sapiente disposizione di forme sopra una superficie piatta. La prospettiva è necessaria. Altrimenti ci sono solo due dimensioni. Altrimenti vivi con la faccia pigiata contro una parete, un enorme piano di dettagli come quando in una fotografia vedi la trama di una stoffa, le molecole di un viso. La tua stessa pelle come un diagramma di futilità, una mappa attraversata da stradine che non portano da nessuna parte. Altrimenti vivi nel presente. Che non è dove voglio trovarmi».

 

E se il romanzo fosse una forma aperta?

di Alfredo Zucchi

Lo studio del racconto come forma letteraria, delle sue strutture e della sua storia mi ha spinto, per opposizione, a riflettere su certe questioni che riguardano invece il romanzo. Una di queste ha a che vedere con l’intreccio e la chiusa: il finale di un romanzo, la sua riuscita e la sua necessità.
Se il racconto è una forma letteraria in cui vige il paradosso di Achille e la tartaruga, la vertigine del romanzo invece è quella del naufragio: è il mare aperto. Nel primo caso quello che fa tremare le gambe allo scrittore è l’infinitamente piccolo, nel secondo è invece l’infinitamente grande. Un romanzo porta con sé un ampio raggio di finali possibili – ed è terribile, per lo scrittore, dirsi che è quasi impossibile sbagliare. L’estensione gradua, la graduazione stempera: si naviga nel vago.
Un racconto, al contrario, fin dalle prime battute vuole una e una sola chiusa, quella lì – ed è quasi impossibile trovarla. È peggio di una roulette russa: «Un uomo va al casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida».

Si parte dunque con un’opposizione forma breve-forma estesa. In questa fase, il succo della questione sembra essere il raggio troppo ampio di possibilità, l’imbarazzo della scelta che si trova a soffrire lo scrittore mentre tenta di intercettare la chiusa ideale del testo – mentre cerca, nel movimento del testo e nelle sue dinamiche interne, quell’elemento di necessità che lo condurrà precisamente dove deve condurlo. Eppure in un contesto così diluito esiste tale necessità? E se esiste, essa è legata all’intreccio, all’insieme delle concatenazioni di eventi che il testo contiene, o a qualcos’altro?
Qui mi è venuto incontro Edward Morgan Forster con il suo “Aspetti del romanzo”, Garzanti, 2000, pp. 102-103, i grassetti sono miei):

“Se non ci fossero la morte e il matrimonio, non so come farebbe il romanziere medio a concludere. La morte e il matrimonio sono pressoché l’unico legame tra i personaggi e l’intreccio, e il lettore è meglio predisposto ad accettarli nella loro forma romanzesca, purché si verifichino nell’ultima parte. Bisogna pur lasciare che lo scrittore, poveraccio, chiuda in qualche modo la sua opera: deve guadagnarsi il pane come tutti, e non c’è troppo da sorprendersi se nel finale non si sentono altro che martellate e giri di vite.
Questo, fin dove ci è concesso generalizzare, è il difetto dei romanzi: terminano malamente. E di ciò sono due le spiegazioni possibili: prima, quel calo di energia da cui il romanziere è insidiato come qualunque altro operaio; seconda, […] i personaggi gli hanno preso la mano, preparando le fondamenta e poi rifiutandosi di costruirvi sopra, così che adesso tocca al romanziere darsi da fare perché il lavoro sia compiuto nel tempo prestabilito. Egli fa finta che siano i personaggi a agire al suo posto: continua a nominarli e usare le virgolette. Ma in realtà quei personaggi se ne sono andati o sono morti.
L’intreccio è dunque il romanzo nel suo aspetto logico e concettuale: vuole mistero, ma i misteri più tardi verranno chiariti. Può succedere che il lettore venga a trovarsi in mondi oscuri ma il romanziere non se ne preoccupa. Egli sa, sta più in alto del proprio lavoro, getta qua un raggio di luce, un po’ più avanti incappuccia di buio un altro punto […]. Egli progetta il suo libro in anticipo, o comunque si mantiene sempre in posizione sovrastante rispetto a quello, e il suo interesse per le cause e gli effetti gli dà un’apparenza di predeterminazione.
A questo punto dobbiamo chiederci se un’intelaiatura predisposta sia per un romanzo la migliore possibile. Dopotutto, perché un romanzo dev’essere progettato? Non potrebbe crescere liberamente? E perché deve concludersi come si conclude una commedia? Non potrebbe invece espandersi? Anziché tenersi al di sopra del proprio lavoro, non potrebbe il romanziere gettarvisi dentro, lasciandosi trascinare verso una meta non prevista? L’intreccio è emozionante e può anche essere bello: ma non è forse un feticcio preso a prestito dal dramma, con le limitazioni spaziali del palcoscenico. Non potrebbe la narrativa inventarsi un’intelaiatura non tanto logica ma adatta al proprio genio?

Al di là dei formalismi e delle riduzioni operati da Forster, un’idea del suo ragionamento mi colpisce: quella, sottolineata nell’ultima domanda, di una struttura o intelaiatura diversa per il romanzo, adatta al proprio genio. E quale sarebbe il genio del romanzo? L’ho chiesto a Cortázar, e lo scrittore argentino, generoso come pochi, mi ha subito fornito due prospettive. Quando riflette sul fallimento del suo romanzo “Libro di Manuel” e sulle difficoltà che hanno accompagnato la sua composizione, Cortázar scrive:

“[…] E una cosa era chiara, la tremenda confusione dell’inizio del libro, quella difficoltà che continuo ad avere di creare un romanzo fin quando non è il romanzo stesso a decidersi, e a volte gli costa fatica”.
(“Correzione di bozze in Alta Provenza”, SUR, 2015, p.33, i grassetti sono miei)

C’è in questo passo l’idea che l’intelaiatura del romanzo non solo sia diversa, ma che prescinda in qualche modo dalla predisposizione, dalle scelte consapevoli dello scrittore – che si decida da solo, secondo il proprio genio. Chiedo dunque di nuovo: quale sarebbe questo genio?
La seconda risposta di Cortázar è molto precisa.

“Credo che la realtà quotidiana in cui crediamo di vivere non sia che il margine di una favolosa realtà che è possibile riconquistare, e che il romanzo – come la poesia, l’amore e l’azione – debba proporsi di penetrare tale realtà. […] Come scrivere un romanzo quando prima occorrerebbe dis-scriversi, dis-impararsi, partire da zero, da una condizione preadamitica, per così dire?
[…]
Il mio problema, a oggi, è un problema di scrittura, perché gli strumenti che ho usato per scrivere i miei racconti non mi servono per ciò che vorrei fare prima di morire. […]. Un racconto è una struttura, ma ora ho bisogno di destrutturarmi per tentare di raggiungere, non so come, un’altra struttura più reale e veritiera; un racconto è un sistema chiuso e perfetto, un serpente che si morde la coda; e io voglio farla finita con i sistemi e i meccanismi di precisione per riuscire a addentrarmi nel laboratorio centrale e lavorare, se ne ho la forza, sulla radice che prescinde da ogni ordine e sistema.”
(“Lettera a Jean Barnabé in Rayuela”, Alfaguara, 2013, pp. 601-602, traduzione e grassetti miei)

Quando scrive questa lettera, nel 1959, Cortázar lavora al romanzo “Il gioco del mondo”. Qui la tensione racconto/romanzo slitta e si trasferisce dall’opposizione forma breve/forma estesa a quella forma chiusa/forma aperta. Per Cortázar il racconto è un sistema chiuso e circolare – l’ordine; il romanzo, al contrario, abbraccia quella “radice che prescinde da ogni ordine e sistema”, è la forma aperta, sfondata per eccellenza.
Ora Forster e Cortázar s’incontrano in modo forse più compiuto – il romanzo può prescindere dall’intelaiatura predisposta (della commedia), dalla struttura chiusa (del racconto), per abbracciare il suo genio – e se il suo genio fosse proprio l’apertura? L’idea voglio, dire, che un romanzo, nella sua essenza, non abbia fine, non possa finire – che sia la forma aperta, non dimostrativa per eccellenza.

Se è così, come può lo scrittore maneggiare questa forma aperta? Due sono le strade, ed è lo stesso Cortázar a indicarle. Da un lato, si tratta di un ethos peculiare, un modo di stare al mondo dello scrittore: “addentrarsi nel laboratorio centrale” e non tentare più la soluzione e la definizione, non darsi più risposte, sguazzare nel dubbio. L’altro invece è un trucco, l’unico che una tale attitudine conceda allo scrittore: si tratta di fare, come ne Il gioco del mondo, dei problemi di costruzione del romanzo il tema stesso della narrazione.

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